Cala Firriatu

"Quando ho bisogno di ricreare me stesso vado in ricerca della foresta più buia..."(H. D. Thoreau)
U "firriatu", in siciliano, è un recinto. Probabilmente il nome è riferito all'antico muro in pietra che chiudeva la stretta striscia di terra tra la parete di roccia a nord di contrada Sàuci piccolo ed il mare. Oppure è riferito "recinto" di faraglioni a mare di Punta Tannure, costituito da un cerchio di grandi blocchi caduti dall'alta falesia di Sàuci. Ci troviamo ai piedi dei Monti dello Zingaro, poco lontano dalla località San Vito Lo Capo. Nuotare in questo specchio d'acqua (da alcuni ribattezzato banalmente "lago di Venere"), circontati da alte pareti di roccia, offre la suggestione di un paesaggio ancestrale. Uno di quei luoghi relitti, risparmiati dalle invadenti attività umane che l'anarchico camminatore e amante della vita selvatica, Thoreau, avrebbe probabilmente apprezzato. A monte di Cala Firriato, all'ombra di un'alta parete rocciosa è uno degli ultimi piccolissimi frammenti di foresta costiera di Sicilia e le sensazioni che offre, a noi umani di città, sono forti, per l'integrità naturalistica e la straordinaria ricchezza di specie vegetali ed animali.

Per una scheda naturalistica del sito vedi qui: https://murieta70.blogspot.it/2011/09/calafirriato.html

Le_rane_aristofane


Può la poesia salvare il mondo? Il poeta, inteso come autore la cui opera raggiunge facilmente la mente ed il cuore di molti, deve fornire solo personaggi netti e probi? che siano esempio da imitare (eroi) per formare buoni cittadini? Oppure può rappresentare l'intreccio di bene e di male proprio di ciascun individuo, rischiando di allentare la tensione a migliorare se stessi ed aprire la strada a qualche forma di decadenza?
Comunque la pensiate, questo è considerato un tema centrale della commedia di Aristofane "Le rane", rappresentata quest'anno al teatro antico di Siracusa. Come molti altri contenuti della produzione teatrale greca del V secolo, anche questo è tema universale e senza tempo tanto che noi posteri, a distanza di molti secoli, lo sentiamo attuale. Riguarda la funzione didattica dell'arte e quindi e per certi versti ne riconosce la necessità di un condizionamento, una limitazione alla libertà artistica di rappresentare qualsiasi cosa perchè la libertà è limitata dalla responsabilità dei poeti nella formazione di buoni cittadini. La stessa cosa ci chiediamo oggi riguardo la responsabilità di tutti coloro che per mestiere o per natura hanno il talento o la possibilità di formare o influenzare le opinioni altrui. Ciascuno di noi si prenda la responsabilità di offrire, al prossimo, almeno una goccia di splendore. La Cava Grande del cassibile è la più grandiosa e la più ricca di acque tra le forre dei monti iblei. Lusseregiante di vegetazione è indibbiamente uno dei paesaggi più belli di Sicilia.

Monte Cardellìa (m1266)

Se doveste girare in Sicilia un classico film western, la scelta per le riprese in esterno cadrebbe molto probabilmente sulle campagne a sud di Corleone. Un attacco dei Lakota e dei Cheyenne sull'orlo dello spettacolare canyon a meandri del Torrente di Corleone, poco prima di precipitare nella Cascata delle due Rocche, non avrebbe nulla di meno di una ripresa a Little Bighorn. Così come una caccia al bisonte sulla prateria di finocchio selvatico di Montagna Vecchia confonderebbe persino il tristo e laido Buffalo Bill e l'assalto di tal Charles Cary alla diligenza di Deadwood, coi mitici winchester che sparano dalle rupi del Monte Cardellìa, sarebbe epico quanto l'imboscata originale alla Canyon Springs Stations del 1878.
In inverno anche qui ogni tanto c'è neve e ci potreste ambientare i western del grande nord, ad esempio un film sulle vicende degli Irochesi, gli indiani dei grandi laghi tra Canada e Stati Uniti. Allora il Lago di Prizzi sarebbe il Lago Ontario e potreste ambientarci il romanzo Manituana dei Wu Ming.
Insomma un paesaggio di grandi spazi, terre brune, praterie e coltelli da scotennare, adatto ai bisonti, alle vacche, alle epopee della nuova frontiera. Invece questi stessi luoghi sono stati teatro di vicende più mediterranee e altrettanto epiche: la lotta dei contadini siciliani contro il feudo e contro la mafia, il sindacalismo di Placido Rizzotto, la storia sociale e politica del secondo dopoguerra fino alla mesta latitanza del boss Provenzano, tra le casette di Montagna dei Cavalli, ai piedi della foresta di finocchio selvatico di Montagna Vecchia, da noi or ora dedicata al bieco Buffalo Bill.
Proviamo ad andare più indietro nel tempo e leggiamo dentro le rocce del Miocene mediterraneo, almeno quindici milioni di anni fa. Nelle "calcareniti di Corleone" troviamo denti fossili di pesci grandi e piccoli, varie specie di squali e antichi sparidi: gli antenati delle orate e dei dentici. Forse questo è lo scenario per noi emotivamente più tranquillo: acque temperate, calde, terse e pulite, fondali sabbiosi, tanti pesci, tra cui famelici squali.
Il Monte Cardellìa, alto 1266 metri, offre ampia vista su i rilievi circostanti: Monte Barracù, Rocca Busambra e Montagna Vecchia. oltre che su un ampio settore dei Monti Sicani e della Sicilia occidentale.

Il rilievo espone a nord un imponente versante erboso adibito al pascolo di vacche e pecore. A sud invece precipita in una spettacolare parete rocciosa, che mette in evidenza due litologie diverse che si sono formati tra la fine dell'Oligocene e il primo Miocene. In alto è esposta un'arenaria calcarea suddivisa in strati decimetrici. In basso, protette in parte dall'erosione dalle arenarie soprastanti, affiorano argille e marne. Le arenarie presentano una particolare struttura sedimentaria detta "laminazione incrociata",  che si origina quando nell'ambiente di deposizione, in questo caso sottomarino, sono presenti correnti periodiche unidirezionali. Calcareniti e marne di Cardellìa sono associate quindi ad ambienti di piattaforma aperta e scarpata, prossima al continente emerso, con apporto frequente di sedimenti fluvio-deltizi (trasportati dai fiumi).
Punto di partenza per iniziare a percorrere a piedi la spettacolare cresta del Monte Cardellìa è la Portella Spolentino sulla quale probabilmente passava un'antica via di comunicazione che oggi è una stradina dissestata secondaria. Il Cozzo Spolentino, che sovrasta la portella omonima, è una punta molto suggestiva, anch'essa costituita da arenarie calcaree. E' nota tra gli archeologi per le evidenze che attestano la presenza di un antico abitato ellenistico abbandonato alla metà del III sec. a. C. (Spatafora 2002). A rendere interessante la narrazione archeologica è stato lo studio dei reperti di un saggio di scavo del 1993 adiacente ad uno scasso operato da tombaroli qualche tempo prima. I reperti hanno portano a formulare l'ipotesi della presenza di un santuario extaurbano dedicato a divinità connesse al mondo femminile, alla giovinezza e alla fertilità (Portale 2008). Non è stato possibile risalire a quale divinità fosse dedicato il santuario, forse ad Artemide, se non a Demetra e Kore o Afrodite, o alle Ninfe o ad ed Era (Galioto 2011), ma in ogni caso, anche ipotizzando la non piena adesione della popolazione di questo insediamento alla religiosità greca, il santuario suggerisce attenzione particolare, da parte loro, per i momenti della nascita e del matrimonio.