Monte Monaco

Il Monaco
Percorrendo la pianura costiera nei pressi di San Vito Lo Capo (Tp) si nota, di fronte alle ripide quinte di roccia dell'ultimo tratto della catena montuosa dello Zingaro, un imponente campanile, un roccione isolato con ampia base, culmine arrotondato e un piatto pinnacolo laterale a ricordare insieme una figura umana massiccia, ingobbita e incappucciata, in abito lungo e grandi mani giunte in preghiera.
Le mani giunte sono rivolte verso la parete di roccia, ad est, la gobba invece guarda al mare, ad ovest. Questa figura è stata chiamata dai locali "il monaco" e il suo nome è stato poi esteso all'intero rilievo. Osservando il roccione da angolazioni estreme il monaco tocca la roccia di fronte a lui, prima con le mani giunte e poi con il volto incappucciato. E' così, assicurano i locali, che il monaco "bacia" la monaca.
Clypeaster - (Burdigaliano)
Il sentiero che porta in cima sale a tornanti dal versante occidentale fino alla sella a nord di Cozzo Mondello. Qui affiorano diffusamente rocce mioceniche: per la massima parte argille del Serravalliano (13-11 milioni di anni fa) attribuite alla formazione "Argille del Torrente Forgia", ma affiorano anche aree meno estese con il cosidetto "Mischio", una arenaria del Burdigaliano (20-15 milioni di anni fa), con evidenti grandi echinodermi fossili del genere Clypeaster (abbiamo già incontrato questi ricci di mare in questo stesso blog a proposito del marciapiede del lungomare di Bonagia, lastricato con questa roccia). Dalla cima del Monte Monaco si gode della vista sui due golfi: il Golfo del Cofano e il Golfo di Castellammare, ed anche di una inusuale vista da nord dei Monti dello Zingaro (foto sotto). Nei pressi della cima c'è una piccola cava abbandonata per l''estrazione del "Perlato di Sicilia", roccia bianca del Cretaceo superiore (100-70 milioni di anni fa), con evidenti frammenti di rudiste (un genere di molluschi) e coralli. La roccia appartenente alla Formazione Pellegrino che affiora diffusamente anche sul Monte Sparagio e intorno al paese di Custonaci.
Erctella insolida
Sui calcari del cretaceo è facile incontrare le grandi chiocciole saxicave (capaci di creare cavità nella riccia con la bava corrosiva) della specie Erctella insolida. Poco distante da qui, sul versante occidentale del Pizzo della Sella, è la Contrada Valanga, una grande frana dell'antichità, accaduta forse intorno al III sec. d.C., che è ancora perfettamente riconoscibile nei suoi tre elementi caratteristici: la grande nicchia di distacco in alto, il pendio di frana, con grandi frammenti separati da scarpate, e la zona di accumulo, con grandi e piccole porzioni di roccia, caoticamente disposte, che oggi ospitano un uliveto che si allunga fino all'edicoletta di Santa Crescenza.
La catena dello Zingaro vista dal Monte Monaco

La Passeggiata dei Briganti

Carta geologica delle Colme (ISPRA)
Le 'Colme' di Monte Sparagio sono meta piuttosto insolita per l'escursionismo nel trapanese, sono due punti quotati, due cocuzzoli, chiamati Colma di Mezzo (m1000) e Prima Colma (m1007), che caratterizzano un altopiano panoramico contiguo alla cresta occidentale del Monte Sparagio (m1110), rilievo più alto della provincia di Trapani. L'altopiano si sviluppa tra le quote m600 e m900 e si apre su uno dei paesaggi costieri più belli di Sicilia, tra il Monte Erice, l'inconfondibile sagoma del Monte Cofano e i versanti occidentali dei Monti dello Zingaro, con in mezzo, Contrada Purgatorio, Monte Palatimone, Piani di Castelluzzo e Penisola di San Vito. Il paesaggio è tipicamente carsico con evidenti doline, qualche grotta, piccole e grandi forme di corrosione superficiali.  Il paese più vicino è Custonaci, conosciuto per le cave di materiale lapideo di pregio e seconda area d'estrazione d'Italia dopo le Alpi Apuane. Sui fianchi del nostro altopiano, soprattutto lungo il versante meridionale, si aprono alcune cave ancora attive che estraggono lastre calcaree facilmente lucidabili, del tipo commercializzato come "Perlato di Sicilia" di cui si dirà nel seguito. Per quanto riguarda la vegetazione, oltre agli aspetti dominanti di gariga e steppa arida, sull'altopiano cresce un rado bosco di leccio e frassino, di un certo interesse naturalistico, associato a rimboschimenti con Pino d'Aleppo. Il bosco inverdisce il Pizzo e la Contrada Giacolamaro. L'area è stata luogo di latitanza del brigante Pasquale Turriciano, uno dei tanti giovani di Castellammare che rifiutarono di partire per la chiamata al servizio militare del 1862. Turriciano muore ucciso dai carabinieri nel 1870 dopo otto di brigantaggio. Nella sua banda fu anche il poeta borghese Camillo Cajozzo che ne mise in versi le gesta ed è nota a Castellammare la leggenda della "Tavula di Turriciano", una grande lastra orizzontale di roccia calcarea che si troverebbe sulla cima del Monte Sparagio, usata dalla banda come mensa.
Le rocce della cima, così come le rocce che affiorano estesamente sull'altopiano e sul versante meridionale, dove sono aperte le cave che estraggono il "Perlato di Sicilia", appartengono alla Formazione Pellegrino (sigla LEG sulla carta geologica in alto). Sono rocce calcaree caratterizzate da frammenti di gusci (bioclasti) di organismi marini delle scogliere del Cretaceo. Ad esempio le rudiste. Queste rocce si sono depositata in ambiente di scogliera, avanscogliera e scarpata superiore tra 113 e 93,9 Ma, tra i piani del Cretaceo Albiano e Cenomaniano. Geometricamente sotto queste, in affioramento per una striscia del versante settentrionale dell'altopiano, troviamo i calcari della formazione Piano Battaglia (sigla PNB), Giurassico superiore - Cretacico inferiore, piani Titoniano, Berriasiano e Valanginiano (150,8-132,9 Ma), che invece si sono formati in ambiente ad alta energia: scogliera e scarpata, caratterizzato da organismi capaci di resistere al moto ondoso ben ancorati al substrato. Caratteristici fossili di questo tipo di ambiente sono le Ellipsactinia, spugne a scheletro calcareo. Subito sotto i calcari di Piano Battaglia troviamo la Formazione Buccheri (BCH), del Giurassico (174,1-152,1 Ma), caratterizzata da calcari pelagici, spesso rosati, con fossili di ammoniti e, a luoghi, da un membro intermedio di radiolariti. Su questa formazione insistono alcune piccole antiche cave poste al margine settentrionale dell'altopiano. Vi si estraeva il cosidetto "rosso ammonitico". Il resto del versante settentrionale, al di sotto della formazione Buccheri, è interessato dall'affioramento dei calcari della Formazione Capo Rama, datati Norico-Retico, Triassico superiore (216,5-199,6 Ma). E' una successione sedimentaria nella quale si ripetono ciclicamente tre termini corrispondenti a tre ambienti che nelle scogliere attuali si trovano adiacenti: i calcari a Megalodontidi, tipici delle lagune di retroscogliera, i calcari stromatolitici, tipici delle aree intertidali (tra alta e bassa marea) e le brecce loferitiche, caratteristiche delle aree emerse delle piattaforme carbonatiche. La ciclicità è un fatto comune nelle successioni sedimentarie marine ed è conseguenza di ciclicità astronomiche.

Costiera Amalfitana

Calcare oolitico
Sulla nuda e panoramicissima cima del Monte Falerzio (m1013) o Monte dell'Avvocata, in Costiera Amalfitana, sopra l'abitato di Maiori, sopra l'omonimo santuario meta in maggio di numerosi devoti pellegrini al suono della tammorra, affiorano rocce evidentemente inclinate e suddivide in strati piuttosto sottili di colore bianco candido. Guardandole da vicino, meglio se con una piccola lente, si nota essere costituite da piccole sferette bianche con diametro di circa un millimetro, tenute insieme da micro-cristalli di calcite.
Santuario dell'Avvocata
E' un calcare oolitico, dove le "ooliti" sono sferette calcaree con una struttura interna di inviluppi concentrici di calcite. Il loro nome deriva dal greco oo= uovo e lithos=pietra, ma per capire che origine avessero i geologi hanno dovuto studiare i sedimenti che si formano nelle barriere coralline tropicali attuali dove le hanno ritrovate in aree ad alta energia (in presenza di moto ondoso) e acque tiepide sovrassature di carbonato di calcio. Le barriere coralline sono dunque le "fabbriche" attuali delle ooliti. A questo punto tutto diventa relativamente più semplice e guardandosi attorno, osservando i dettagli degli articolati rilievi calcarei della Costiera amalfitana, possiamo trovare altre tracce di quel paesaggio tropicale del passato. Siamo su una piattaforma carbonatica fossile, una delle tante che nel mesozoico caratterizzavano l'antico oceano Tetide, prima che la deriva dei continenti lo riducesse al piccolo "mare tra le terre" che è il Mediterraneo. Sappiamo anche quanto sia antica questa roccia come risultato del lungo lavoro di "correlazione" svolto da generazioni di geologi, sedimentologi e biostratigrafi. Si è proceduto controllando la posizione geometrica (rapporti stratigrafici) di queste rocce rispetto alle altre adiacenti e si è cercato di riconoscere fossili dei quali fosse conosciuto l'intervallo di tempo di esistenza. Si usano anche altri metodi di datazione, che confermano o perfezionano i dati, e oggi possiamo dire che questi sedimenti oolitici si sono depositati nel corso del Dogger o Giurassico Medio, tra 175,6 e 167,7 Ma (milioni di anni fa).
Crocus cfr. biflorus

Crocus cfr. biflorus
Camminando sui Monti Lattari, la catena di rilievi che sovrasta la Costiera Amalfitana, si nota un'altro interessantissimo deposito di gran lunga più recente: grandi accumuli irregolari di prodotti piroclastici, soprattutto sui versanti settentrionali. Sono imponenti accumuli di pietra pomice mescolati a suolo su cui spesso oggi crescono annosi boschi. La pomice è il tipico prodotto pirocastico di attuvità vulcanica in presenza di magma acido (ricco in silice), quindi molto viscoso. La pomice è nota come abrasivo e per la proprietà di galleggiare in acqua ed è qui testimonianza della intensa e periodica attività esplosiva del vulcano Somma-Vesuvio e dell'area dei Campi Flegrei negli ultimi 19.000 anni. Gli episodi sono stati registrati, qui come altrove nei dontorni, per un raggio di oltre 100 chilometri, sotto forma di spessi depositi piroclastici. Plinio il giovane descrive in una lettera la distruzione di Ercolano e Pompei del 79 d.C. e l'ultima attività del Vesuvio risale al 1944. Dalle creste dei Monti Lattari si vede, a nord, la grande pianura campana intensamente abitata e, sullo sfondo, a circa 30 chilometri, il Vesuvio.
Pomici sui Monti Lattari
Pomici sui Monti Lattari
Per quanto riguarda la flora arborea sui Monti Lattari si alternano, in fascia collinare, querceti sempreverdi e caducifoglie che in quota cedono il posto a carpini, ontani o faggi. Frequenti gli impianti di castagno governati a ceduo per ricavarne legna.
Campanula
Campanula fragilis Cirillo
Sparsi si trovano  aceri della specie Acer opalus subsp. obtusatum. Anche in pieno inverno si assiste a interessanti fioriture tra cui lo splendido Crocus biflorus Mill. e, simile e più raro, Crocus imperati Ten. Fuori dal loro periodo tipico capita di incontrare fiorite anche le campanule rupestri della specie C. fragilis Cirillo, che per alcuni autori è sinonimo di C. garganica Ten Questa specie è facile incontrarla sui vecchi muri.

Alberi del Salento

Quercus ithaburensis macrolepis
Ghiande e cupole di quercia vallonea
Il paesaggio del Salento è piuttosto antropizzato: estese colture di ulivo, terreno liscio e compatto, scarse aree incolte e rocciose con flora depauperata, aree limitate in cui la coltura dell'ulivo è praticata in maniera sostenibile con lo sfalcio delle spontanee al posto del trattamento chimico. Le stradine interpoderali sono ancora delimitate da muretti a secco, ma spesso sono asfaltate. Poco spazio lasciato agli alberi e gli arbusti della flora spontanea. Alberi che non siano ulivi si trovano per lo più lungo le strade, mutilati o ridotti a siepe per esigenze agricole e di circolazione. Tra gli alberi spontanei prevalgono le querce sempreverdi, quercia spinosa e leccio: Quercus calliprinos e Quercus ilex, ma esiste anche un interessante e circoscritto nucleo di Quercia vallonea o Quercus ithaburensis macrolepis, una quercia dalle grandi foglie e dal grande sviluppo orizzontale, che caratterizza, al di la dell'Adriatico, le coste della parte meridionale dell' Albania e la Grecia, compresa quella insulare. Questa quercia ha grandi ghiande tozze, per metà chiuse in una grande cupola dalle lunghe scaglie legnose. Il nome latino "macrolepis", che significa proprio grandi scaglie, riassume queste caratteristiche. I botanici sospettano che questa popolazione non sia autoctona e che la specie sia stata importata dalla Grecia nel medioevo con l'immigrazione dei monaci basiliani, ma questa tesi non ha modo di essere comprovata. Qualche esemplare monumentale alligna in aree urbane. Nelle aree rocciose incolte si trovano poche piante rupestri di ambiente calcareo tra cui, frequenti, Micromeria sp. e Phlomis fruticosa. Pochi anche gli arbusti di lentisco (Pistacia lentiscus), tipico della macchia mediterranea. Il paesaggio del Salento sta ulteriormente cambiando perchè è in corso la costruzione di una strada quattro corsie che lo attraverserà da nord a sud. Questa strada è stata pianificata tempo fa, probabilmente con parametri di sviluppo e priorità diversi da quelli che caratterizzano lo sviluppo, cosidetto "sostenibile", incoraggiato dalle ultime politiche europee.
Quercus calliprinos
Quercus calliprinos
Oggi i salentini parlano molto di Xylella un batterio che uccide gli alberi di ulivo giunto qui da qualche tempo. L'università ha proposto e pianificato il taglio degli ulivi, anche sani, per una fascia di 20 chilometri per impedire la diffusione del batterio che sembra sia veicolato da un cicadellidae, ma i coltivatori ritengono che questo rimedio sia peggiore del male e propongono di curare le piante malate anzicchè abbatterle. Staremo a vedere...

Note sulla flora della Via Licia (costa mediterranea, Turchia)

Costa Turchese
La "Via Licia" è un lungo percorso escursionistico segnato e tabellato che attraversa la Costa Turchese (Turchia mediterranea), in una regione nota dall'antichità come terra dei Lici. I Lici furono un popolo del mondo antico, già alleato di Troia nell'assedio narrato nell'Iliade omerica, che abitarono la Licia fino alla caduta dell'impero romano. Sarpedonte, figlio di Zeus e Laudamia, e Glauco, cugini e insieme re dei Lici, erano rispettati per generosità e valore in battaglia. Muoiono combattendo nella difesa della città di Priamo e di Ettore. Come se non bastasse il fascino del paesaggio costiero mediterraneo, con rupi calcaree e vegetazione a tratti lussureggiante, il percorso è anche caratterizzato dalle grandiose rovine delle fiorenti città ellenistiche dei Lici, dai loro teatri in pietra e dalle loro misteriose necropoli.
teatro di Xanthos
teatro di Xanthos
Il risultato è uno dei cammini più suggestivi del Mediterraneo. Dal punto di vista naturalistico l'area accoglie un elevato numero di specie botaniche. La ricchezza di associazioni vegetali è dovuta a molti fattori concorrenti: la presenza di rilievi costieri molto alti della catena del Tauro, la grande varietà di esposizione dei versanti, il trovarsi in area di transizione tra la provincia biogeografica asiatica e quella mediterranea, la grande variabilità di precipitazioni e temperature nell'arco di pochi chilometri. Il sentiero dei Lici attraversa aspetti ben conservati della flora tipica del Mediterraneo orientale, che unisce elementi tipicamente anatolici, a volte steppici, con altri a diffusione prettamente mediterranea. Il clima è caratterizzato da brevi inverni molto piovosi e lunghe estati calde ed aride che determinano la composizione dello strato arboreo della fascia collinare soprattutto con Pinus brutia e Quercus coccifera, entrambe piante molto resistenti alla lunga siccità estiva. Il primo è un pino molto simile al pino d'Aleppo, Pinus halepensis, più diffuso in occidente e di cui per anni è stata considerata entità sottospecifica. La seconda è una quercia sempreverde, più termofila del nostro leccio (Q. ilex). Dal leccio si distingue facilmente perchè mantiene, anche in pieno sviluppo, foglie coriacee con margine dentato da cui il nome comune di 'quercia spinosa', mentre il leccio adulto ha foglie a margine intero e spesso lamina (foglia) arrotolata. Elemento peculiare del Mediterraneo orientale, che si trova prevalentemente sui versanti esposti a settentrione, è il corbezzolo greco Arbutus andrachne, che si trova spesso in associazione con il pino e la quercia spinosa, ma anche localmente con il cedro e l'alloro (Laurus nobilis). Il cedro appartiene alla specie Cedrus libani, pianta del mediterraneo orientale, frequente nei nostri giardini storici europei e apprezzata, quando annosa, per l'aspetto maestoso dei suoi rami ascententi. I lunghi aghi verde smeraldo lo distinguono dalla forma occidentale (Cedrus atlantica), più glauca, e dalla forma asiatica (Cedrus deodara), priva di rami ascendenti. Le aree prive di bosco perchè più aride, conservano aspetti di macchia con generi arbustivi come Pistacea, Calicotome, Cistus, Ceratonia, Olea, ecc. A quota più elevata, nella fascia montana o sui versante più freschi anche a quota inferiore, troviamo un cipresso: Cupressus sempervirens, spesso associato al cedro del libano. Lungo la Costa Turchese hanno sbocco alcuni fiumi e molti torrenti. Nelle aree di foce si formano vaste aree palustri con estesi canneti e vegetazione ripariale che spesso inglobano i resti delle città licie, interrompendosi verso il mare in un, a volte esteso, sistema dunale.
Acantholimon sp.
Un genere di piante dal forte significato ambientale, perché associato ad aspetti steppici mediterranei ed asiatici è l'Acantholimon, una pianta dalle foglie aghiformi e pungenti, parente dei nostri Limonium. E' presente in alcune aree pianeggianti costiere dove il suolo appare estremamente compatto. Anche in pieno inverno è possibile osservare la fioritura di molte piante bulbose o rizomatose. Spiccano per vivacità di colore la Romulea tempskyana e l'Iris unguicularis, quest'ultima è stata recentemente scoperta anche in Sicilia, sui Monti Iblei. Se vi interessa camminare lungo la Via Licia con un gruppo di viaggio vedete a questo link.
Romulea tempskiana
Iris unguicularis
Iris unguicularis

Spiaggia dei Magaggiari (Cinisi Pa)

Mimachlamys varia (a sin.) confrontata
con un Pectinidae fossile della falesia
della Spiaggia dei Magaggiari.
Il termine magaggiari (o magaggiaro) è toponimo che ricorre in Sicilia occidentale associato spesso a rilievi tabulari prossimi alla costa. Si tratta solitamente di terrazzi marini, ex bassi fondali livellati dall'erosione e venuti fuori dal mare con gli ultimi sollevamenti tettonici pleistocenici. Nei pressi di Cinisi (Pa) troviamo la Spiaggia dei Magaggiari, caratterizzata da una falesia, alta circa 10 metri, di calcarenite in rapida erosione, che sovrasta l'attuale linea di costa sabbiosa. Alla base della calcarenite è localmente evidente anche uno strato di argilla.
Mimachlamys varia
Nei pressi di Montevago (Tp), a quota m 399 sul livello del mare, compare invece il toponimo Monte Magaggiaro, punto quotato a margine di una vasta area pianeggiante che include i paesi di Montevago e S.M. Belìce. Il termine "monte" qui appare improprio ed il punto quotato non è neppure il più alto. Sul Monte Magaggiaro, insieme alle calcareniti del Pleistocene con Ostreidi e Pectninidi, affiorano diffusamente anche rocce del giurassico (Oxfordiano e Kimmerdgiano) con fossili ben conservati di Ammonoidi, studiati da G. G. Gemmellaro tra il 1871 ed il 1876.
Lima lima (esemplare immaturo)
Una passeggiata invernale alla Spiaggia dei Magaggiari a Cinisi può essere interessante specialmente subito dopo le mareggiate, quando è possibile osservare spiaggiati i nicchi dei molluschi tipici dei fondali sabbiosi attuali e delle poco distanti  praterie sottomarine di Posidonia oceanica. La presenza di qualche scoglio sommerso arricchisce l'associazione faunistica con taxa delle coste rocciose.
E' interessante anche confrontare la tanatocenosi della falesia con l'associazione di molluschi che attualmente vive questo tratto di costa. La falesia di arenaria del pleistocene è ricca soprattutto di fossili di pectinidae. I pettinidi sono una famiglia di bivalvi (classe Bivalvia) molto comuni nei mari temperato-caldi.
Fossile di Pecten sp.
Si riconoscono soprattutto i generi Pecten, (tra cui la ben nota "Capa santa" o conchiglia di San Giacomo) e Chlamys, questi ultimi sono un genere di bivalvi più piccoli dei Pecten il cui nome scientifico è suggerito dalle coste e dalle ondulazioni delle valve che ricordano le pieghe della clamide, elegante mantello maschile d'onore del mondo greco-romano.
Fossili di Chlamys sp.
Tra i bivalvi spiaggiati troviamo, non molto frequentemente, il genere Mymaclamys, molto simile, ma di dimensioni inferiori alle numerosissime Chlamys fossili della falesia, mentre il genere Pecten risulta localmente estinto. Tra le conchiglie spiaggiate troviamo la specie Lima lima (famiglia Limidae), il cui nome è suggerito dai dentini sulle coste che ricordano lo strumento per limare. La specie ha distribuzione atlantica e mediterranea e si incontra facilmente all'interno dei posidonieti. Altri bivalvi che si incontrano facilmente sono gli Arcidae Arca noae e Arca barbata, piccoli Glycimeris e Cardium, generi che un tempo erano più facili da incontrare nelle spiagge siciliane e con esemplari di dimensioni maggiori.
il granchio atlantico Percnon gibbesi
Spiaggiati troviamo nicchi di gasteropodi soprattutto dei generi Natica, Cerithium ed Hexaplex, a volte con il paguro (Clibanarius erythropus) all'interno della spira, e le madreperlacee "patelle regina" appartenenti al genere Haliotis (H. tuberculata lamellosa).
il piccolo granchio Xantho hydrophilus
insolitamente in spiaggia.
Il moto ondoso a volte porta a riva anche meduse della comunissima specie Pelagia noctiluca e tra le alghe dell'ultima mareggiata si possono trovare in vita oltre ai paguri sopra citati anche piccoli granchi della specie mediterranea Xantho hydrophilus, che solitamente vive tra i sassi dei bassi fondali rocciosi. In spiaggia è possibile incontrare anche la carcassa del granchio atlantico Percnon gibbesi che recentemente ha colonizzato anche il Mediterraneo.
Nicchio di Hexaplex trunculus con
il paguro Clibanarius erythropus
Sulla piccola falesia crescono alcune piante mediterranee alofile a fioritura estiva tra cui spiccano annosi esemplari della splendida asteracea Pallenis maritima e il papavero delle spiagge Glacium flavum.

Crosta ferro-manganesifera a Monte Maranfusa

Monte Maranfusa: contatto stratigrafico
 Formazione Inici/Formazione Buccheri.
Le cave di materiale lapideo, ed in genere i tagli che mettono a nudo sezioni verticali di strati sedimentari, spesso forniscono informazioni geologiche interessanti ed altrimenti poco visibili. La cava che abbiamo visitato, abbandonata dal 1987, è quella che si sviluppa su più livelli sul versante occidentale di Monte Maranfusa, nelle campagne di Roccamena (Pa). Osservando il fronte di cava, anche da una certa distanza, si notano due successioni sedimentarie distinte, entrambe calcaree, separate da uno strato sottile, molto scuro o nero, inclinato verso mezzogiorno. La roccia alla base è bianca o comunque molto chiara, a parte le evidenti colature nerastre partite dallo strato scuro. La roccia soprastante è invece decisamente grigia. Osservando più da vicino la roccia bianca si riconoscono piccoli ammonoidigasteropodi fossili ed alcune strutture sedimentarie tipiche di piana tidale e laguna di retroscogliera delle piattaforme carbonatiche. Tra queste le strutture a tepee, risultato del disseccamento del fango carbonatico della piana tidale. Per spiegare la loro origine occorre una piccola digressione. Avrete forse notato, in qualche ansa di fiume o bacino idrico con forti oscillazioni di invaso, che quando si disidrata un terreno fangoso precedentemente allagato si formano crepe che isolano poligoni di fango che una volta seccato a volte si imbarcano a scodella piegando gli orli verso l'alto. Questa superficie prende il nome di fango poligonale.
Gastropoda della Fm. Inici
Quando nello stesso bacino ritorna l'acqua, insieme a nuovo sedimento, quest'ultimo riempie le fratture prima che il fango poligonale possa rioccuparle dilatandosi. Il risultato, osservato oggi su un sedimento antico, attraverso una sezione verticale di quel sedimento ormai diagenizzato e litificato (trasformato in roccia), sono frammenti di roccia imbarcati o accostati a forma di capanna con apice aperto, che i sedimentologi chiamano strutture a tepee, per similitudine con la capanna usata dai nativi nomadi nordamericani.
Riconoscendo queste strutture in un sedimento marino del passato possiamo stabilire che esso andava incontro a cicliche fasi di esposizione subaerea e disseccamento fornendo quindi un'idea ben precisa dell'ambiente di deposizione.
Il tempo immediatamente successivo a questa fase non è qui rappresentato da sedimenti, probabilmente la parte più recente è andata erosa, ma ad un certo punto, sulla superficie di erosione, iniziò a formarsi uno strato nerastro di aspetto metallico, il livello nero di cui parlavano all'inizio che separa le rocce bianche da quelle grigie.
Ammonoidea della Fm. Inici
Ad osservarlo da vicino sembra ferro ossidato, infatti è una crosta ferro-manganesifera, un sedimento costituito da idrossidi di ferro e manganese sulla cui origine ancora si discute, ma che ritroviamo spesso in ambiente pelagico (fondale di mare aperto), su quelle superfici esposte per lungo tempo a correnti che impediscono l'accumulo di sedimenti di altro tipo.
Le croste ferro-manganesifere si accumulano in tempi lunghissimi e si trovano spesso associate alle serie condensate: successioni sedimentarie che nell'esiguità del loro spessore possono rappresentare un ampio intervallo di tempo. Con queste osservazioni possiamo stabilire che al momento della deposizione del livello ferro-manganesifero, la piattaforma carbonatica di cui facevano parte i sedimenti della roccia bianca sottostante il livello nero, era affondata e si trovava sommersa in un'area di scarsa o nulla sedimentazione. Poi le cose cambiano ancora ed iniziano ad accumularsi, sopra il livello ferro-manganesifero, sedimenti grigi, calcarei, ancora di ambiente pelagico, che costituiscono le rocce che si trovano sopra il livello scuro.
Crosta ferro-manganesifera
In altra cava, pochi chilometri più a nord, sulla Kumeta, Monti di Piana degli Albanesi, troviamo ancora un livello ferro-manganesifero, probabilmente coevo, che drappeggia una superficie di erosione carsica chiaramente subaerea e separa calcari a crinoidi da calcari nodulari pelagici. Tornando al Monte Maranfusa, la roccia bianca che sta alla base è stata riconosciuta come appartenente alla Formazione Inici e datata alla porzione più antica del Giurassico inferiore, tra 199 e 189 Ma. La roccia grigia sovrastante il livello ferro-manganesifero appartiene invece alla Formazione Buccheri, del Giurassico medio e superiore, datata tra 167 e 150 Ma. Si profila quindi, con tutte le imprecisioni del caso, una lacuna stratigrafica, un intervallo di tempo di qualche milione di anni che in parte è rappresentato dal livello ferro-manganesifero.
Approfondimenti e fonti sul tema si possono trovare tra le note illustrative alla carta geologica d'Italia dell'Ispra foglio Corleone. In un altro post di questo blog, si parla delle formazioni appena citate che affiorano a Punta Cala Bianca (Castellammare, Pa). Altro materiale su questo documento che riguarda la Formazione Inici.

Programma Artemisia



ESCURSIONI ARTEMISIA 2015

Gennaio
11 Monte Barracù, m1436, e Pizzo Cangialoso, m1457, (Monti Sicani). La grande monoclinale sicana e il "nummulitico";
17 (sabato) Bosco del Cappelliere, m1007, (Marineo). Il bosco d'inverno;
18 Pizzo Antenna, m1697, (Madonie) Alta torre sul Pian dei zucchi;
25 Monte Maranfusa, m486, Isole di roccia tra colline d'argilla;


Febbraio
1 Monte Gibilmesi, m 1152, (Monti di Palermo). Il monte delle capre;
8 Montagna della Fiera, m 971, (San Giuseppe Jato) Storie medievali e leggende;
14 (sabato) Punte della Moarda, m 1078, (Monti di Palermo). I sette cieli su Altofonte;
15 Rocca di Sciara, m1080, (Caltavuturo). Fondali marini della Tetide;
20 (venerdì) Altopiano innevato del Carbonara, m 1979, Madonie;
21 (sabato) Punte di Cuti, m 1072, Il cuore di quarzo dei Monti di Palermo;
22 Monte Magaggiaro, m 399 (Monti Sicani). Passeggiata paleontologica nelle campagne di Montevago (Ag);
28 (sabato) I Tholoi di C.da Muffoletto e il Monolito forato di C.da Arcivocalotto. Passeggiata archeologica con l'ass. Colori di Luce;

Marzo
1 Rovine di Halesa, m 246, e Sughereta di Monte Tardara, m 645, (Nebrodi, Tusa). Siculi e Greci sull'appennino di Sicilia;
7 (sabato) Monte Fanusi, m 1476, Madonie occidentali, la grande anticlinale sul Fiume Imera.
8 Periplo del Pizzo Montanello, m 964. Monti di Palermo occidentali e areale della Silene kemoniana;
14 (sabato) Villa Niscemi e Monte Pellegrino m 600, a piedi con la guida culturale;
15 Rocca Busambra, m 1613, (Monti Sicani). Il monte più alto della Sicilia ad ovest del Fiume Imera;
21 Monte Ferro, m1906 (Madonie). Neve e ripidissime faggete;
22 Pizzo Dipìlo, m1385 (Madonie). Pozzi, abissi e condotte carsiche fossili;
22 Regia Trazzera della Cannavera: antiche vie e scorci nella Valle dello Jato (Monti di Palermo);
29 Pizzo Canna, m 1429 (Madonie). Querceti, pascoli e rupi dei versanti settentrionali delle Madonie;

Aprile
4-7 Foce del Simeto e Cave iblee (Piana di Catania e Monti Iblei). Birdwatching ed esplosioni primaverili nel regno dei Siculi;
5 Torre del Bosco, lungo il percorso del Re...laboratorio sensoriale per piccoli e grandi (Corleone, Pa).
12 Prizzi e Monte Carcaci, m 1196, (Monti Sicani) Escursione con il geologo ed il botanico;
12 Grotta della Molara. Visita della grotta che si apre alle falde dei Monti di Billiemi con l'Ass. GRE (Gruppi Ricerca Ecologica) (Monti di Palermo);
19 Boschi di Castelbuono e Cozzo Luminario, m 1512, (Madonie). Versanti orientali, coralli e alberi monumentali;
19 Cozzo Stagnataro e Fattoria dell'Arte. Primavera sui Sicani, il pastore delle nuvole e i suoi asini, con Lorenzo Reina;
26 Monte Sant'Onofrio; m 806, (Monti di Calamigna, Trabia). Querceti termofili tra Termini e Bagheria;
30/4 3/5 Pantelleria, profumi nordafricani e calore della terra;

Maggio
1 Abisso dei Cocci, il Ramo dei Laghi, escursione in grotta con il CAI di Castellammare (Tp)
10 Zingaro, Monte Speziale, m 913 (Monti di Trapani) sentiero medio e cresta tra il Golfo di Castellammare ed il Golfo del Cofano;
10 Giardino delle Farfalle... non solo per bambini e gara di fotografia naturalistica per bambini (Giacalone, Monti di Palermo);
15-17 Bosco di Sperlinga, m 1139, e Pizzo Catarineci, m 1660. In cammino tra Gangi e Geraci siculo;
17 Trinità di Delia (Castelvetrano) e Paludi di Capo Feto. Tappa culturale con l'ass. Sentieri Sostenibili e birdwatching;
24 Anello del Carbonara, m 1979 (Madonie). Le fioriture dell'altopiano.
30/5-1/6 Panarea, Pizzo del Corvo m 421, e Stromboli, Pizzo m 918, (Isole Eolie). Il più bel sentiero delle Eolie a Panarea ed il vulcano attivo;
30-31 Corso sulle erbe spontanee, aromatiche ed officinali (II ed.): riconoscimento, raccolta, impiego, laboratori culinari (Nebrodi);

Giugno
6 (sabato) La scuola sta per finire! Alla scoperta delle piante di Villa Malfitano a Palermo. Giochi a tema per grandi e piccini..
7 Spiaggia di Eraclea e Foce del Belice (Eraclea Minoa). Falesie fossili e spiagge mediterranee, birdwatching;
13 (sabato)La scuola è finita! Alla scoperta delle piante di Villa Trabia a Palermo. Giochi a tema per grandi e piccini;
13-14 Traversata dei Monti dello Zingaro (Tp) con pernottamento a Borgo Cusenza;
14 Chiusa Sclafani e Valle Vite (Monti Sicani). Passeggiata culturale e gastronomica con l'ass. Sentieri Sostenibili;
19-21 Intorno a Taormina. (Etna e Peloritani) Monte Veneretta m884, Monti Sartorio m 1770, Gole dell'Alcantara;
21 Riserva di Capo Gallo, (promontori di Palermo), passeggiata, caccia al tesoro botanica e bagno per la giornata più lunga dell'anno;
26-28 Musica sui Nebrodi (Longi, Me). Consueto appuntamento con la musica in natura;
28 Gole di Tiberio: passeggiata in canotto e bagno nel Fiume Pollina con l'ass. Madonie outdoor;

Luglio
12 Bosco della Tassita: escursione tra maestosi esemplari di tasso (Nebrodi);
17-19 Ustica, tre giorni con Artemisia-Teatro;
25-26 La Stretta di Longi fine settimana sui Nebrodi, nelle acque del fiume San Basilio e bimbi sotto le stelle;

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Lipari (Isole Eolie): Rocche Rosse e Monte Pilato


Orlo del cratere di pomice
di Monte Pilato
Una delle escursioni più interessanti sull'isola di Lipari, arcipelago vulcanico delle Eolie, è l'ascensione al Monte Pilato attraverso il sentiero che parte dall'estremo est della spiaggia di Acquacalda e attraversa l'antica colata delle Rocche Rosse. La colata è datata tra l'VIII ed il VII secolo d.C. ed è una delle più recenti dell'isola. Il Monte Pilato è il punto più alto dell'orlo del cratere da cui è fuoriuscita ed è costituito da bianchi depositi piroclastici di pomice. La pomice è una roccia molto leggera che si origina con attività vulcanica esplosiva in presenza di magmi viscosi ricchi in silice. La ben nota pomice di Lipari fu oggetto di estrazione ed esportazione per uso industriale fino al 2005. Un magma viscoso e ricco in silice è detto "acido". A Lipari la colata delle Rocche Rosse, così come quella poco distante, a sud, di Forgia Vecchia, ha la particolarità di essere il risultato della solidificazione di lava acida. 
Colata riolitica Rocche Rosse
Dal raffreddamento in superficie di un magma acido, che contiene tra il 20 ed il 60% di quarzo, e non meno del 35% di feldspato alcalino tra tutti i feldspati, si ottene una roccia che si chiama riolite o liparite. Per confronto si ricorda che le rocce effusive più diffuse, i basalti, contengono molto meno quarzo (tra 0 e 20%), e non più del 10% di feldspato alcalino (90-100% plagioclasio tra tutti i feldspati). Le colate riolitiche, proprio per la composizione chimica della lava che le origina, hanno aspetto molto diverso da quelle basaltiche e una volta solidificate presentano caratteristiche tipiche. In genere la loro parte più interna è costituita roccia chiara e compatta, la riolite litoide, avvolta in un involucro nero di vetro vulcanico, l'ossidiana. La parte ancora più esterna è invece costituita da frammenti più o meno grandi e mescolati di pomice ed ossidiana.
Ossidiana di Lipari con sferuliti
L'ossidiana è un vetro nero e lucente a frattura concoide che è stato importante materiale per l'industria litica preistorica, per la facilità con cui è possibile ottenere, per scheggiatura, parti taglienti. Vetro significa che la materia, a causa del rapido raffreddamento che ha subito con l'esposizione subaerea, non ha avuto il tempo di organizzarsi in cristalli, che sono strutture ordinate e periodiche di atomi che per crescere hanno bisogno di tempo. Con il tempo però l'ossidiana tende comunque a cristallizzare. Il processo di devetrificazione lentamente coinvolge l''intero vetro vulcanico tanto che non sono conosciute in natura ossidiane più vecchie di 225 milioni di anni. Localmente, all'interno della pasta vetrosa dell'ossidiana delle Rocche Rosse si notano numerose piccole bolle bianche del diametro di circa un millimetro, le sferuliti, costituite da aggregati cristallini bianchi probabilmente di feldspato alcalino, cristobalite e quarzo. La diffusione di rioliti e altre rocce effusive acide a Lipari e in altre isole delle Eolie suggeriscono che il fuso da cui si originano si è in qualche modo arricchito in silice o per subduzione e fusione di rocce crostali o per un processo detto differenziazione magmatica. Queste considerazioni sono alla base delle ipotesi circa l'origine del vulcanismo eoliano.
la ninfa del corbezzolo (Charaxes Jasius)
Sulla colata di Rocche Rosse e sul cono di pomice di monte Pilato cresce oggi una fitta macchia di erica arborea, cisto rosa e corbezzolo. In estate è possibile incontrare una splendida farfalla il cui bruco si insedia tra le foglie di quest'ultimo: la ninfa del corbezzolo (Charaxes Jasius).