Gorghi Tondi

I Gorghi Tondi, insieme al Lago Preola, sono invasi semipermanenti d'acqua dolce localizzati nei pressi di Mazara del Vallo in Sicilia, E' interessante la macchia mediterranea che cresce sulle sponde caratterizzata dalla quercia spinosa (Quercus calliprinos Webb) associata a Lentisco (Pistacia lentiscus L.) e Phillyrea latifolia L.. Il paesaggio agricolo tutto intorno è dominato dalla coltura della vite. Le rocce affioranti sono in prevalenza calcareniti giallo-brune del Pleistocene.

Monte Scorace

Bosco di Scorace
(Foto di Antonella Tomasino)

Il Monte Bosco m624 e il Monte Scorace, m642, sono i due punti quotati principali di un rilievo monoclinale (piega che presenta un solo fianco) in provincia di Trapani tra Bruca e Buseto Palizzolo. Il rilievo è costituito soprattutto da argille, arenarie quarzose e lenti di roccia calcarea dell'Eocene superiore e dell'Oligocene (circa trenta milioni di anni fa). Il versante meridionale, argilloso e inciso da numerosi solchi vallivi, conserva una delle più importanti aree verdi della provincia di Trapani: il Bosco di Scorace, toponimo con il quale si tende oggi ad indicare l'intero rilievo. Il bosco è un residuo discontinuo di vegetazione naturale termofila integrato da estesi rimboschimenti. Lo strato arboreo del bosco naturale è rappresentato soprattutto dalla quercia da sughero (Quercus suber L.), albero mediterraneo del ciclo delle querce sempreverdi la cui corteccia suberosa è il risultato di una strategia evolutiva per la resistenza al passaggio del fuoco. Il sottobosco luminoso è ricco di arbusti della macchia mediterranea e tra questi prevalgono le forme arbustive che hanno evoluto le migliori capacità di ricrescita dopo gli incendi: Calicotome villosa (Poir.) Link, Cytisus villosus Pourr., Phillyrea latifolia L., Cistus creticus L., Cistus salvifolius L., Daphne gnidium L., Pistacia lentiscus L., Erica arborea L. e Arbutus unedo L. Quest'ultimo è il corbezzolo, una ericacea sempreverde che presenta contemporaneamente i grappoli di fiori bianchi penduli e campanulati ed i caratteristici frutti eduli rosso aranciati. Coesiste con la vegetazione naturale un esteso rimboschimento di mirtacee, pinacee e cupressacee di uso forestale, soprattutto eucalipto (Eucalyptus camaldulensis Dehnh.) pino d'Aleppo (Pinus halepensis Mill.) e Cipresso (Cupressus sempervirens L.). In autunno il sottobosco si arricchisce di funghi tra cui, molto apprezzati, il porcino nero (Boletus aereus Bull.) e l'ovolo buono (Amanita caesarea (Scop.) Pers.) noto sin dall'antichità come “cibo degli dei”. Sempre in autunno contribuiscono ai colori del bosco le fioriture dei crochi (Crocus longiflorus Rafin.) e dei ciclamini autunnali (Cyclamen hederifolium Ait.) Il rilievo di Monte Scorace, per la sua morfologia arrotondata, consente piacevoli passeggiate su sterrate e sentieri di difficoltà turistica. Alcune aree alla base del rilievo sono predisposte dall'Azienda Foreste per la pratica del Pic Nic. Buona parte dell'area sommitale è coltivata a graminacee.

I calcari triassici di Pizzo Mondello (Monti Sicani)

Suddivisione dei Triassico (IUGS)

Molti sanno che sui Monti Sicani, a sud dell'abitato di Palazzo Adriano, affiorano due grandi blocchi di calcari bianchi a crinoidi del Permiano, risalenti a circa 280 milioni di anni fa. Meno conosciuti, ma altrettanto importanti per la storia naturale, sono i calcari pelagici con selce di Pizzo Mondello che si trovano a poca distanza dalla vallata che ospita le note rocce del Permiano. Questi calcari sono considerati la successione sedimentaria più idonea a diventare la sezione stratigrafica di riferimento a livello mondiale per rappresentare il limite tra i piani Carnico e Norico del Triassico superiore. Il limite Carnico-Norico è stato stabilito dall'IUGS a 216.5 milioni di anni fa. Un gruppo internazionale e interdisciplinare di ricercatori ha compiuto per questo scopo accurati studi della successione pelagica che affiora a Pizzo Mondello seguendo un progetto dal titolo: “Stratigrafia integrata del Triassico superiore: GSSP e sezioni ausiliarie in Italia”. L'IUGS è la Commissione Internazionale di Stratigrafia che ha per scopo principale l'istituzione della “Standard and Global Geologic Time Scale”, una scala di eventi stratigrafici destinati ad essere riferimento mondiale per gli studiosi del settore. La scala del tempo geologico si basa sulla definizione di unità cronostratigrafiche raccolte nella “Standard Global Chronostratigraphic Scale” (SGCS) e sull'assegnazione ad esse di una durata in termini di milioni di anni. Per la definizione formale di un'unità cronostratigrafica della SGCS si sceglie un evento specifico, detto marker event, che si verifica in un livello specifico di una specifica sezione stratigrafica. Il punto della sezione in cui si ritrova l'evento è detto GSSP (Global Stratotype Section and Point) dell'unità cronostratigrafica. Una sezione ideale per il GSSP è caratterizzata da facies (aspetto di una roccia in relazione all'ambiente di formazione) uniformi con abbondante contenuto paleontologico, riscontro di un segnale magnetico primario e possibilità di utilizzare una stratigrafia fisica. Le successioni ideali per l'istituzione dei GSSP sono quelle marine pelagiche perche hanno  estensione globale ed i marker events sono basati su fossili marini ad ampia distribuzione”. Vari specialisti studiano i campioni raccolti a distanza regolare lungo la successione sedimentaria, ciascuno per il proprio ambito di competenza e tutti i dati raccolti su Ammonoidea, Bivalvi pelagici, Conodonti, Palinomorfi, sulla magnetostratigrafia e sugli isotopi stabili, sono integrati in una tabella di distribuzione ad alta risoluzione. Questo schema sintetico costituisce la base per la scelta del marker event e degli additional marker events e per verificare la loro possibilità di correlazione (confronto con successioni sedimentarie coeve). Nel Triassico superiore i continenti sono ancora riuniti in Gondwana e Laurasia, in gran parte già separati dall'oceano Tetide (vedi figura in basso), e le rocce di Pizzo Mondello erano fondale marino profondo, in un contesto generale, europeo e nord-africano, dominato da condizioni di mare poco profondo e ad elevata salinità. Gli organismi marini che in quell'intervallo di tempo hanno lasciato testimonianze fossili significative dal punto di vista stratigrafico sono stati soprattutto ammonoidi, bivalvi pelagici e conodonti. Gli stessi sono oggi i principali gruppi sistematici di riferimento per la biostratigrafia del Triassico. La biostratigrafia è la scienza che si occupa di ordinare le successioni sedimentarie in base al loro contenuto paleontonogico. I bivalvi pelagici che caratterizzano il Triassico appartengono soprattutto ai generi Halobia e Daonella. La prima descrizione di Halobia in Sicilia è di G. Gemmellaro, che nel 1882 descrisse 12 specie. I Conodonti sono resti di vertebrati marini vissuti dal Cambriano superiore al Triassico superiore che sono stati preziosi per stabilire eventi biostratigrafici. Le Ammoniti sono un gruppo di Molluschi cefalopodi comparsi nel Devoniano inferiore, circa 400 milioni di anni fa, ed estintisi intorno al limite Cretaceo Superiore-Paleocene (65,5 ± 0,3 Ma). Per la loro diffusione nei sedimenti marini di tutto il mondo e la rapida evoluzione, le ammoniti sono eccellenti fossili guida utilizzati in stratigrafia per le rocce dal Paleozoico Superiore a tutto il Mesozoico. Le rocce di Pizzo Mondello sono state raggruppate dai geologi nella Formazione Scillato. L' affioramento a Pizzo Mondello si estende lungo la valle del Torrente Acque Bianche. (le immagini sono tratte da wikipedia). A questi collegamenti trovate fonti, ed approfondimenti: Approfondimento1 Approfodimento2
Biostratigrafia del Triassico basata sui bivalvi
Disposizione dei continenti nel Triassico

Rocca Busambra, Bosco della Ficuzza e Cappidderi, Marabito

Cresta ovest di Rocca Busambra
Ficuzza, frazione di Corleone, è un minuscolo centro abitato aggregatosi intorno alla casina di caccia voluta da Ferdinando III di Sicilia nel 1803. La Casina fu costruita a margine di un vasto bosco destinato a riserva reale di caccia. Tutta l'attività del borgo ha luogo intorno allo spiazzo antistante la cosiddetta "reggia". C'è il distaccamento della forestale, un bar, un bar-ristorante, la falegnameria, i magazzini e i garage della forestale, il centro recupero fauna selvatica. Da qui, posto tappa del Sentiero Italia, partono i sentieri per i firriati, i recinti che il re Borbone usava per i ripopolamenti faunistici a scopo venatorio, per l'Alpe Ramusa, per i laghetti Coda di Riccio del Vallone Rocca d'elice e per la sede della ex ferrovia a scartamento ridotto. Domina la frazione l'imponente parete nord della Rocca Busambra, m 1612, il rilievo isolato più alto della Sicilia occidentale il cui versante settentrionale è caratterizzato da pareti calcaree verticali della Formazione Inici - Lias inf, a tratti strapiombanti, alte circa 350 metri sul bosco. Il versante meridionale è molto ripido, ma non a strapiombo. Le vie d'accesso alla cima più usate dagli escursionisti sono due: da Piano della Tramontana ad est e dalla Ciacca di Bifarera ad ovest. Il piano della Tramontana è raggiungibile attraverso due vie poco distanti: la cosiddetta Scala Ciurinu un piccolo sentiero a serpentina nel bosco e la Scala Grandi,, un tempo una mulattiera comoda, oggi una sterrata forestale. In siciliano il toponimo scala o scaletta indica un sentiero che supera rapidamente un dislivello. Una volta raggiunto il Piano della Tramontana si prosegue parallelamente alla parete nord su sentiero a tratti poco evidente fino alla cima. La Ciacca di Bifarera (o sciacca) propriamente detta, è una profonda spaccatura beante parallela alla parete nord di Rocca Busambra, usata nel passato dalla mafia per fare sparire i cadaveri delle sue vittime. Con lo stesso nome comunemente si indica anche la valle tettonica, accessibile e percorsa da sentiero, che separa la parete di Busambra dalla Rocca Ramusa, m1286. Una volta raggiunta la sella tra Ramusa e Busambra, uno stretto sentiero assediato da macchia di rosacee spinose piega a sud a raggiungere le creste di Busambra. Da qui, per un percorso tra pascoli aridi e steppe, accidentato, sassoso e privo di sentiero evidente, si può raggiungere la vetta. L'ultimo tratto è estremamente ripido. La Rocca Ramusa è un torrione isolato nella parte occidentale di Busambra e del Bosco della Ficuzza, è difficilmente accessibile per i suoi versanti verticali e sub verticali, ma esiste un percorso agevole ad anello che ne compie il periplo. Nel piano inclinato sommitale crescono fitti e numerosi lecci che a causa dell'esiguità del suolo si mantengono arbustiformi o addirittura cespugliosi, da cui il nome dialettale di ramusa. Il nome ottocentesco, deducibile dalla cartografia borbonica, era Pizzuoccolo, tutt'ora usato dai pastori anziani. Poi è divenuto Pizzo della Campana e oggi Rocca Ramusa. Nei pressi della cima di Rocca Busambra, protetti all'interno di ampie fratture, crescono sparuti aceri. La parete nord è ombrosa ed umida e sulle sue cenge irraggiungibili si conserva flora rupestre endemica (endemico = il cui areale è limitato) tra cui l'Armeria gussonei. A nord delle pareti calcaree si sviluppa il Bosco della Ficuzza, uno dei più continui della Sicilia occidentale. Il toponimo medioevale che designava l'intera divisa amministrativa era Bufarera, parola rimasta nel dialetto siciliano ad indicare una varietà di fichi. Il nome busambra è di origine araba e significa oscuro, toponimo che tradotto in nigrum e poi nivuru in siciliano è rimasto ad indicare il rilievo boscoso di m 1112 alla base della parete nord nei pressi della Ciacca di Bifarera. All'estremo ovest del rilievo è il Pizzo Nicolosi m 937, raggiungibile facilmente dalla SS118 per Corleone, sul cui altopiano è facile rinvenire ceramica e ruderi di un insediamento medioevale. A nord di Pizzo Nicolosi si trovano le sorgenti del Fiume Frattina o Belice Sinistro. Sono sorgenti perenni e nonostante un disastroso intervento per captarne le acque, esiste ancora un ambiente straordinario in cui, in una successione di pozze fluviali e marmitte, vivono granchi, pesci, natrici, tartarughe palustri e una lussureggiante vegetazione ripariale ed acquatica.
Dal borgo di Ficuzza parte un sentiero per la Fonte Ramusa da cui è facile proseguire per Pizzo Nero, il punto boscoso di quota m 1112, oppure per la Ciacca di Bifarera. Dal Piano Pilato, altopiano ad ovest di Rocca Busambra, si può proseguire vrso occidente, su sterrata e poi sentiero, fino a Pizzo Nicolosi. Il rilievo di Busambra, ad oriente della cima, continua con una dorsale arrotondata e erbosa con quote intorno ai 1200 metri. A chiudere ad est il Piano di Tramontana è la Portella del Vento m 1120, caratterizzata da affioramenti di calcari pelagici del Cretaceo di colore bianco e rosso. Dalla portella seguono, procedendo verso oriente, il Pizzo di Casa m 1211 e il Pizzo Marabito m 1178, nel territorio di Mezzojuso. Il rilievo poi, si stempera con il morbido (argilloso) Pizzo di Mezzaluna m932, nelle Campagne di Campofelice di Fitalia. Il territorio intorno al Pizzo di Casa è conosciuto dai locali come Marabito, toponimo derivato dal termine arabo murabit che significa: “colui che predica l'Islam nella via”. Il termine è anche entrato nel dialetto siciliano: murabitu, nel significato di morigerato. Il Pizzo di Casa ed il Pizzo Marabito sono rilievi di compatti calcari dolomitizzati del Triassico superiore (Norico-Retico) sormontati da formazioni pelagiche giurassiche e cretaciche alcune delle quali presentano spettacolari pieghe tettoniche. I rilievi sono circondati da pascoli montani, dalla parte orientale del bosco di Bifarera e dal castagneto di Mezzojuso.
Pizzo di Casa, Calcilutiti stratificate e piegate
Formazione Amerillo Creta sup.-Eocene
A nord del Pizzo di Casa si estende la Valle Cerasa, luogo che oltre a conservare tracce di una fiorente attività rurale, con mulini, recinti e casali diruti, offre elementi di eccezionale naturalità, mosaico di boschi, radure e anfratti di roccia arenaria frequentato da fauna rara ed esigente. La parte del bosco che si sviluppa a nord del Piano di Tramontana e del Pizzo di Casa offre un paesaggio particolarmente suggestivo. Valli e colline sono infatti accidentate da creste aguzze di arenaria parallele tra loro ed emergenti dal bosco. Pizzo Morabito è luogo di leggende che riguardano tesori (truvature) argutamente custoditi da demoni all'interno di grotte rese invisibili o inaccessibili con la magia. Le leggende prendono probabilmente spunto dai resti sul posto di un piccolo insediamento medioevale abbandonato. Il Bosco della Ficuzza, cresce su rilievi arcosici (arenaria con quarzo ed altri minerali) coperti di bosco più o meno fitto, con ampie radure ed arbusteti che si estendono a nord delle pareti carbonatiche di Rocca Busambra. Punti notevoli del bosco sono il Pulpito del re m864, il Pizzo Castrateria m927 e il Cozzo Fanuso m1069. il bosco è un querceto misto termofilo a predominanza di querce caducifoglie accompagnate da lecci e sughere e rimboschimenti di pino e orniello. Il Pulpito del re è un trono scolpito sulla roccia arenaria che il re borbone Ferdinando IV usava per cacciare stando seduto aspettando che i battitori facessero arrivare a lui gli animali. I laghetti Coda di riccio sono due invasi artificiali realizzati sbarrando il Torrente Rocca d'Elice. Intorno ai laghetti si è sviluppata una interessante vegetazione ripariale di Tipha. Vi trovano rifugio le tartarughe palustri, numerosi anfibi e uccelli: ardeidi, anatidi, podicipedidi ecc. Il Bosco dei Cappidderi è la porzione di bosco più settentrionale, arriva fino alle campagne di Marineo. Oggi è noto con il nome italianizzato di “Bosco del Cappelliere”, ma ancora in letteratura scientifica ottocentesca il nome d'uso è quello siciliano. L'origine del nome è incerto. Nel dialetto siciliano, il termine “cappidderi” compare tra i sinonimi del termine “attaccabarracchi" insieme a “liticusu” e “sciarrinu”. Traducibilie quindi come “attaccabrighe, litigioso”. se inteso come aggettivo, Cappidderi potrebbe essere diventato il nome di un'area boschiva per qualche suo aspetto ostico oppure per la litigiosità dei suoi frequentatori. Un'altra ipotesi, forse più improbabile delle due precedenti è che il nome derivi dai cespugli di Marruca, il Paliurus spina-christi Mill., arbusto spinoso appartenente alla famiglia delle Rhamnaceae, che produce un caratteristico frutto a forma di cappellino. Chissà che non siano proprio loro i “cappiddari”, “cappellai” e “cappellieri” del bosco. Michele Amari, l'autore della “Storia dei Musulmani di Sicilia” in “l'Italia descritta” ritiene che il Bosco del Cappidderi corrisponda al Monte Zurarah di cui riferisce il geografo arabo Idrisi nella sua un famosa opera: “per il sollazzo di chi si diletta di girare il mondo“. Idrisi indica il Monte Zurarah come luogo delle sorgenti del Torrente Amendola, che prende a scorrere proprio nei dintorni di Godrano.
Cresta di Busambra Sopra Pizzo Nero
L'aspetto attuale del bosco è il risultato della interazione permanente tra fattori ambientali e disturbi antropici. In condizioni naturali avremmo una prevalente copertura boschiva di sughera (Quercus suber), leccio (Quercus ilex), querce caducifoglie del ciclo della roverella (Quercus pubescens s.l.), e cerro (Quercus cerris e Q. gussonei). In realtà il pascolo e il taglio periodico mantengono piuttosto rado lo strato arboreo e la luce favorisce lo sviluppo di leguminose e rosacee spinose (ecc.) piante che bene affrontano il morso degli erbivori pascolanti. I cespuglieti sono caratterizzati quindi dai generi Calicotome, Pyrus, Prunus, Spartium, Erica e Rosa. Il grande numero di animali pascolanti favorisce le piante nitrofile come le Asteraceae spinose dei generi Sylibum, Carduus e Cirsium e le Liliaceae Asphodelus e Asphodeline. I rimboschimenti operati a partire dagli anni cinquanta hanno sostituito parte delle essenze arboree spontanee con pini (Pinus pinea e Pinus halepensis), eucalipti (soprattutto Eucaliptus camaldulensis), frassini (Fraxinus hornus e F. excelsa), e castagni (Castanea sativa). Altre specie aboree che si incontrano spesso sono l'acero (Acer campestris), il perastro, il melo selvatico, il nespolo d’inverno (Mespilus germanica). Costituiscono sottobosco invece il biancospino (Crataegus sp.), il pungitopo, il Citisus, il ciclamino, la vitalba, l'asparago, il caprifoglio, ecc. Nelle zone umide si incontrano salici, saliconi, pioppi, olmi, fichi, sambuco, equiseto, canne e tifa. Gli invasi d'acqua, ospitano ranuncoli acquatici (Ranunculus spp) e Potamogeton. Il paesaggio è di alte colline boscose, radure erbose e rocce di arenaria. L'arenaria che si incontra tende localmente a conglomerato o grovacca, con i tipici granuli centimetrici di quarzo amorfo, biancastri. Le rocce si presentano spesso suggestivamente modellate dal vento con i caratteristici tafòni, forme incave rotondeggianti dovute all'erosione eolica. Il colore di queste rocce va dal giallo chiaro al marrone scuro, nella tipica colorazione della ruggine dovuta alla presenza, in questi sedimenti, di ossidi di ferro. Sono rocce oligoceniche (depositatesi 34-23 milioni di anni fa) risultato dello smantellamento e rideposizione di antiche rocce ignee. Il paesaggio accidentato e le quote tra i 500 e gli 850 metri costituiscono insieme la vera ragione che ha salvato il bosco ancor prima che divenisse riserva reale di caccia di Ferdinando IV di Borbone. Mentre tutto intorno le morbide colline argillose venivano via via disboscate e coltivate questi rilievi arenacei, inidonei all'agricoltura, furono piuttosto destinati alla produzione di legna e selvaggina. Il bosco dei Cappidderi è inciso dal Vallone Arcera, un torrente che scorre verso nord e separa i rilievi che caratterizzano questa parte del bosco: Torre del bosco m957 e Cozzo Mirìo m705 ad oriente Cozzo Lupo e Cipuddazzu m732 ad occidente. Il Vallone Arcera, ospita alcune specie di felce tra cui l'Osmunda regalis, che a volte presenta un vero e proprio fusto basale, e la Phyllitis scolopendrium o felce a lingua. Entrambe prediligono costanza di umidità, ma la P. scolopendrium cresce nei luoghi più bui e umidi del vallone. Per quanto riguarda l'avifauna rapace è possibile avvistare l’aquila reale, l’aquila del Bonelli, il nibbio bruno e il nibbio reale, il falco lanario (presente solo in Sicilia con 100 coppie), il falco pellegrino, il falco grillaio. Molto raro ed episodico il piccolo avvoltoio migratore capovaccaio (Neophron percnopterus). Fra gli uccelli di bosco oltre a scriccioli, cinciallegre, cinciarelle, pettirossi, merli, cardellini, rampichini, capinere, tortore e colombacci, sono presenti la ghiandaia, il picchio rosso maggiore, il picchio muratore, lo storno nero e la coturnice nella forma endemica “whitakeri”. D’inverno ci sono anche fringuelli, pispole e beccacce. Fra i mammiferi predatori ricordiamo la martora, il gatto selvatico, l’istrice, la volpe e la donnola; fra gli insettivori il riccio. Per completezza citiamo anche gli altri mammiferi: il coniglio selvatico, il ghiro e il topo quercino, detto in dialetto siciliano “surci giacaluni”.
Ciacca di Bifarera
Fra i rettili abbiamo la tartaruga palustre al Gorgo Lungo e nei Laghetti Coda di Riccio, la lucertola campestre e la lucertola siciliana, il ramarro, il gongilo, il biacco, il colubro liscio e la vipera; mentre fra gli anfibi è presente, il discoglosso, la raganella, il rospo smeraldino ed il rospo comune. Quest'ultimo è frequente vittima delle auto in transito sulla statale 113 nel tratto lungo il Lago Scanzano, l'invaso artificiale adiacente al bosco. Gli entomologi hanno qui istituito alcune specie di insetti, come il Megathous ficuzzensis, un Elateridae. In questo bosco è stato ucciso, nel 1935, uno degli ultimi lupi della Sicilia. ...periodicamente i battitori si spargevano per tutto il bosco a battere cucchiai di legno su vecchie pentole e padelle. A cavallo e a piedi altri uomini con la lupara compivano strage dei lupi. C’era un premio in denaro per chi portasse in piazza i corpi di questi animali sociali, rei di condividere con l’uomo alcune risorse alimentari...
Frammenti della carta AAPIT Palermo 2002

Bioherma di Portella del Morto

bioherma del Tutusino
Nei pressi di Resuttano, in Sicilia centrale, sulla destra idrografica del fiume Imera Meridionale, affiorano calcari di scogliera noti in letteratura geologica con il nome di “Bioherma di Portella del Morto”. La bioherma, o bioerma, è una roccia sedimentaria marina che si forma in acque poco profonde soprattutto per l'opera di alcuni organismi costruttori come i coralli. I coralli sono colonie di polipi, o polipai, animali capaci di fissare uno scheletro calcareo al substrato. Questa scogliera fossile è di notevole interesse scientifico perché contribuisce a ricostruire il paesaggio del Mediterraneo di poco precedente la crisi evaporitica del Messiniano. La bioerma presenta sviluppo est-ovest per circa 4 km ed una potenza (in geologia indica lo spessore dello strato) di circa 50 metri. Affiora in località Balza di Rocca Limata, nel territorio di Petralia Sottana (Pa), e in località Balze di Barbara, e Cozzo Tutusino nel territorio di Resuttano (Cl). E' un calcare grigio-giallastro costituito in buona parte da colonie fossili di madrepore. I coralli appartengono ai generi: Porites, Tarbellastrea, Palaeoplesiastrea Platygyra e Siderastrea. Verso l’alto, la parte più recente della scogliera, predomina il genere Porites. In associazione ai polipai sono stati rinvenuti Gasteropodi (tra cui Cypraea), lamellibranchi, echinidi, briozoi, foraminiferi e rodoficee. Per la datazione di questa scogliera si è ricorso ad un esame biostratigrafico basato in questo caso soprattutto su foraminiferi ed ostracodi. La scogliera ha età compresa tra circa 7,3 e 6,3 milioni di anni, la parte più recente del Tortoniano superiore (E. Di Stefano dati inediti). L'Esistenza delle scogliere coralline è legata a particolari condizioni di salinità, luce, temperatura e circolazione di nutrienti. Nel Miocene superiore si determinarono nel Mediterraneo condizioni favorevoli all'insediamento dei coralli. Bioherme coeve a questa sono state studiate in Grecia, Spagna e Turchia (Martin et al., 1989; Esteban, 1979, 1996; Mertz-Kraus
et al. 2007) In circa un milione di anni si è sviluppata la scogliera che oggi troviamo affiorante in quest’area della Sicilia centrale il cui paesaggio caratteristico sono in massima parte ondulazioni collinari argillose. A Portella del Landro, a monte del paese di Resuttano, lungo la strada per Vallelunga, affiorano i coralli della parte più antica della scogliera: tardo Miocene (circa 7,3 milioni di anni fa).
Tarbellastraea sp.
Qui si riconoscono facilmente coralli coloniali appartenenti ai tre generi sopra citati. Le ultime scogliere coralline che il Mediterraneo ha ospitato sono datate 6,3 milioni di anni. Subito dopo inizia la fase di scarso o nullo collegamento con l'oceano Atlantico che portò all'aumento della salinità del bacino. I coralli sono organismi molto sensibili alle variazioni di salinità (stenoalini) e scomparvero dal Mediterraneo. Quando poi, circa 5,3 milioni di anni fa si ristabilirono normali condizioni di salinità (apertura di Gibilterra) le scogliere coralline non riuscirono più a rientrare nel Mediterraneo probabilmente per le mutate condizioni di circolazione oceanografica.
Le scogliere si insediarono su un substrato poco più antico datato Miocene inferiore e medio (tra 15,9 e 11,6 Ma). Terreni argillosi o arenacei attribuiti alla parte più antica del Tortoniano e inclusi dai geologi nella “Formazione di Cozzo Terravecchia”. La "Terravecchia" è un pacco di strati (questo è grossomodo il significato di formazione) depositatosi durante e dopo il sollevamento tettonico che ha dato vita all'appennino siculo, la catena di rilievi parallela alla costa settentrionale della Sicilia comprendenti Peloritani, Nebrodi e Madonie. Per essere contestuale e conseguente ad un processo di orogenesi la formazione è detta “Sin-postorogenica di facies molassica".
Platygyra sp.
Nel dettaglio la "Terravecchia" è costituita da peliti (marne argillose grigio-azzurre ed argille grigie con limo), psammiti (sabbie e sabbie limose) e ruditi (conglomerati poligenici), dove i tre termini in corsivo  servono semplicemente a classificare le rocce in base al diametro medio dei granuli che le compongono: dal finissimo silt delle peliti ai ciottoli delle ruditi passando dalla sabbia delle psammiti. Le argille in affioramento appaiono giallastre, perchè alterate ed ossidate, umide e plastiche, mentre in profondità hanno aspetto asciutto, compatto ed omogeneo e il  loro colore è grigiastre o grigio azzurro.

Cala Firriato

In Sicilia occidentale, provincia di Trapani, si conservano alcuni lembi di vegetazione arborea in immediata vicinanza del mare, relitti di un paesaggio vegetale che nel passato doveva caratterizzare estesamente le coste. Uno di questi è in corrispondenza della splendida Cala Firriato, suggestivo tratto ti mare circondato da irti faraglioni e falesie, raggiungibile a piedi al termine di un breve sentiero all'ombra di lecci ed ornielli. La cala si trova tra San Vito Lo Capo e l'ingresso Nord della riserva dello Zingaro, sul Golfo di Castellammare. In siciliano "u firriatu" è un recinto, tipicamente costruito in pietra a secco sormontato a volte da ramaglie spinose, usato nel mondo pastorale ad accogliere greggi o mandrie. La similitudine è suggerita dal gruppetto di faraglioni che formano recinto, a mare, intorno alla "cala". A monte della Cala Firriato, tra il mare ed una parete verticale esposta a nord, c'è una stretta fascia di costa, costellata da grandi blocchi di roccia franati, su cui resiste un frammento di lussureggiante foresta mediterranea con ricco corteggio di piante arbustive ed annuali. La vegetazione arborea è caratterizzata soprattutto da querce sempreverdi (Quercus ilex, leccio) e frassini (Fraxinus ornus, orniello o frassino da manna). Il luogo. accidentato ed isolato, deve avere dissuaso nel passato ogni uso umano, ma la vegetazione arborea ha potuto conservarsi soprattutto per la difficoltà che hanno gli incendi estivi a raggiungere il sito, grazie all'isolamento offerto dal mare e dall'alta parete di roccia. Tutto intorno gli incendi sono infatti molto frequenti e hanno determinato il paesaggio vegetale con praterie di Ampelodesmos mauritanicus, gariga a palma nana e rade sugherete relitte. Queste ultime sono di particolare interesse fitogeografico perché solitamente le specie (Quercus suber) predilige suolo siliceo e qui si ritrova apparentemente su suolo calcareo. Il pregio naturalistico del sito è arricchito dalla flora rupestre ed alofila che cresce sui grandi blocchi di roccia calcarea e dalla flora da clima caldo e umido che si insedia all'ombra della parete e dei grandi blocchi. Tra queste ultime spicca l'Asplenium sagittatum (DC.), una felce piuttosto rara in Sicilia, simile alla "lingua cervina", il cui nome specifico è suggerito dalla forma delle foglie che ricorda la punta di una freccia. A questo collegamento è descritto un altro frammento di vegetazione costiera di grande interesse, tra la spiaggia di Guidaloca e Scopello.

Monte Quacella (Madonie)

Cresta della Quacella

La Quacella m1869, non è un rilievo semplice da descrivere come unica entità soprattutto per l'estrema diversità di morfologia e vegetazione che presentano i suoi articolati versanti. Grossomodo è una cresta arcuata, allungata nord-sud con un versante concavo, in erosione, rivolto ad occidente e versanti più stabili coperti di boschi ad oriente. Due creste secondarie, parallele tra loro e circa perpendicolari all'arco di cresta della Quacella, si allungano verso oriente. La cresta secondaria più settentrionale culmina nel Monte Daino m1789 che, nonostante il nome autonomo, può essere considerato una spalla della Quacella. Quella più meridionale culmina in un punto quotato m1744. A separarle tra loro è il Vallone Frà Paolo, la via di accesso più razionale alla sommità di Quacella, percorso per intero da un comodo sentiero. A sud della cresta più meridionale si apre invece il "terribile" Vallone Prato, terribile perchè nella parte più bassa presenta una serie di piccoli salti di roccia che lo rendono inagibile per l'escursionismo leggero, ma divertente e interessante per chi è disinvolto con spezzoni di corda e armi naturali (con questa espressione alpinisti e speleologi intendono sistemi per fissare una corda alla roccia senza l'uso di chiodi, spit o fix.) A nord la cresta di Quacella termina con un altro punto quotato dal nome autonomo, il Monte Mufara m1865, che domina da sud il noto polije carsico di Piano Battaglia. La Mufara è da molti anni deturpata da antenne di vario genere, piste da sci che tagliano il bosco e un'ampia sterrata. Vi incombe anche un progetto di funivia che dovrebbe, a dire dei fautori, rivitalizzare il turismo montano (stile anni ottanta del novecento), ma più probabilmente sarebbe solo il colpo di grazia alle finalità di conservazione del parco regionale delle Madonie ad oggi rimaste pressoché inespresse. A sud invece la cresta termina in un ripido e arido versante che incombe sul notissimo Vallone Madonna degli Angeli, quello nei cui pressi sopravvive, nonostante tutto, l'ultimo gruppo di Abies nebrodensis, l'abete siciliano. Quasi l'intero rilievo è costituito da calcari dolomitici, cioè carbonati dove una certa percentuale di Calcio è sostituita dal Magnesio. La roccia che ne risulta ha un aspetto poroso e spugnoso che si sgretola facilmente in brecciolino. Il Monte Quacella prende nome infatti dal siciliano quacedda o quacina che indica il pietrisco dell'impasto cementizio. Il versante occidentale di Quacella, quello concavo ed in erosione, è un teatro naturale di conoidi di deiezione, costituiti da questo materiale. I brecciai ed i ghiaioni di Quacella sono noti per la flora endemica. Le piante dei brecciai delle Madonie costituiscono insieme una classe di associazioni vegetali, la Thalaspietea rotundifolii, ricca di endemiti (piante che occupano areale limitato) . Le pareti di roccia della cresta ospitano una vegetazione tipica delle rupi d'alta quota dell'associazione Asperulo-potentilletum nebrodensis, ricca di casmofite endemiche tra cui l'Asperula gussonei e la Potentilla caulescens subsp. nebrodensis. I versanti settentrionali presentano una discreta continuità di faggeta, ascritta (Raimondo et al., 1980) alla sub-associazione Anthrisco-Fagetum aceretosum, tipica dei suoli calcarei, della sub-alleanza Lamio Fageion, alleanza Geranio versicoloris-Fagion. Le creste laterali peraltro formano versanti esposti a nord, più freschi, su cui la faggeta ha uno sviluppo migliore e si espande anche a quote inferiori. Le radure cacuminali invece ospitano diverse associazioni vegetali dell'alleanza Cerastion Astragalion nebrodensis, anche questa particolarmente ricca di taxa endemici. Il versante esposto a sud, sul Vallone Madonna degli Angeli, presenta una lecceta discontinua che raggiunge eccezionalmente i m1700 di quota.

Tra Scopello e Guidaloca


In estate il Golfo di Castellammare è molto frequentato dai bagnanti, soprattutto nella sua metà occidentale comprendente la costa orientale della penisola di San Vito. Sono frequentate in particolare le piccole spiaggette di ciottoli all'interno della Riserva naturale dello Zingaro e nelle immediate vicinanze. Altri tratti di costa sono meno affollati o addirittura disertati per la non immediata accessibilità del mare. Uno di questi è il tratto di costa tra lo Scoglio Fungia, Cala Alberelli e Cala Bruca ad ovest della spiaggetta di ciottoli di Guidaloca e della appariscente Torre omonima e ad est della Tonnara di Scopello dai caratteristici faraglioni di calcare mesozoico (scopelos in greco da cui il nome della località). Dal punto di vista escursionistico l'area ha un'estensione troppo limitata per essere meta di un'intera giornata, ma è idonea ad una attenta passeggiata naturalistica per gli spunti interessanti riguardanti la geologia del terziario e del quaternario e la vegetazione di sclerofille arboree ed arbustive che si estende a sud di Cala Alberelli. La macchia di piccoli alberi ed arbusti mediterranei si è sviluppata a nord di una bassa falesia, all'interno e all'ombra di un'area sparsa di blocchi calcarei erosi e franati. Le specie più rappresentative di questa vegetazione sono il lentisco (Pistacia lentiscus, l'alaterno (Rhamnus alaternus) ed il Mirto (Myrtus communis). Appariscenti anche i verdi cespugli di Ephedra fragilis, i ciuffi fioriti di Limonium sp. sulle rocce e qualche vigoroso arbusto di leccio (Quercus ilex), la cui sola presenza, a pochi metri dal mare, basta a riassumere il valore naturalistico di questo piccolo frammento di macchia mediterranea assediato da paesaggio antropico. I geobotanici inquadrano questa particolare vegetazione di xerofite (piante che si insediano in luoghi aridi) nell'associazione Myrto-Pistacietum lentisci della classe Quercetea ilicis, poco diffusa lungo la costa settentrionale della Sicilia e più diffusa lungo le coste siracusana e mediterranea. Menzione particolare meritano alcuni cespugli di Vitex agnus-castus, una Verbenaceae dalle foglie palmatosette e caratteristici fiori blu. I blocchi erosi e franati sono calcareniti bioclastiche, conglomerati, areniti e sabbie del Tirreniano, piano del Pleistocene iniziato circa 126.000 anni fa. Il Tirreniano presenta generalmente fossili e frammenti di fossili (bioclasti) di echinidi, coralli e molluschi caratteristici di acque non troppo fredde. Più antiche sono invece le rocce che affiorano nei pressi di Cala Bruca. Si tratta di calcareniti e calciruditi del Pleistocene inferiore (2.58 - 0.78 Ma). Depositi di mare basso coevi a questi sono ben distribuiti lungo la costa orientale della penisola di San Vito tra 0 e 20 metri s.l.m e aiutano a ricostruire le oscillazioni climatiche e la posizione della linea di costa degli ultimi due milioni di anni. Tra i blocchi calcarei alcuni sono evidentemente risultato di un deposito marino costiero o biocostruzioni di molluschi della famiglia dei vermetidi, altri sono conglomerati e arenarie i cui clasti, spesso silicei, sono di chiaro apporto continentale. Tra le calcareniti e i conglomerati di sedimentazione marina si distinguono anche drappeggi e filoni di concrezioni calcaree d'acqua dolce: speleotemi e travertini con impronte di piante erbacee. A nord di quest'area affiorano argille e marne del Miocene (Langhiano - Tortoniano 13.8 - 11.6 Ma) incise dall'alveo di un torrente su cui è insediato un canneto. Ad ovest dello Scoglio Fungia è l'unica spiaggetta di ciottoli di quest'area e qui si trova qualche blocco eroso dei calcari mesozoici della Formazione Caporama: calcari dolomitici datati Trias superiore - Lias inferiore (circa 216 - 189 Ma ).
Alcuni autori localizzano in questo tratto di costa un antico villaggio di pescatori: Cetaria ...
mirto e lentisco



La Tassita di Serra Pumeri

Taxus baccata L.

Il tasso (Taxus baccata L.) è un piccolo albero sempreverde dalle foglie aghiformi e i caratteristici arilli carnosi e rossi che ricoprono parzialmente un unico seme. Diffuso in tutta Europa non è mai dominante, si trova più spesso associato al faggio e all'agrifoglio, più raramente al cerro ed eccezionalmente al leccio, ma solo in prossimità di forre particolarmente umide. L'esigenza principale di questa pianta, e quindi il suo più importante significato ecologico, è proprio l'umidità. Il tasso è considerato testimone di periodi più caldi e più umidi del passato ed è annoverato tra i "relitti del terziario" termine con il quale i botanici indicano quel gruppo di piante che hanno avuto grande diffusione fino a circa 2,5 milioni di anni fa, durante i periodi caldo-umidi dell'era terziaria, e che poi sono sopravvissute alle glaciazioni del Quaternario in località rifugio.

Il tasso è pianta dioica, cioè i fiori femminili e quelli maschili si trovano separati su piante diverse. Questa è una caratteristica condivisa dai taxa vegetali considerati arcaici in ordine alla loro comparsa sulla Terra. Il tasso, ed altre piante sempreverdi come bosso, agrifoglio, edera, pungitopo e alloro sono dette nel complesso laurifille cioè piante le cui foglie hanno caratteristiche simili a quelle dell'alloro. Le laurifille compongono oggi sottobosco delle formazioni forestali caducifoglie europee come querceti e faggete. Nel terziario invece si pensa caratterizzassero i paesaggi vegetali d'Europa. La fascia vegetazionale detta "colchica", il cui nome deriva dalla regione della Colchide dove è diffusa, è quella che ospita il tasso in Sicilia, tra i 1300 e i 1500 metri di quota. ed è caratterizzata da clima umido e fresco con brevi periodi di siccità. In Italia questa fascia è dominata dal faggio (Fagus sylvatica) e in parte dal cerro (Quercus cerris) associato spesso all'agrifoglio (Ilex aquifolium) cui si aggiungono localmente l'abete bianco (Abies alba) ed il tasso. Uno dei luoghi rifugio del tasso in Italia è in Sicilia sulla dorsale dei Monti Nebrodi, in particolare intorno al rilievo arenaceo di Serra Pumeri alto 1544 m. I boschetti di tasso si trovano qui sparsi all'interno della faggeta esposta a settentrione o in radure tra i cerri nei  pressi della cresta. Il tasso è pianta molto longeva e dalla crescita piuttosto lenta, può raggiungere anche i 2000 anni di età. Alcuni esemplari di Serra Pumeri dimostrano età considerevole.

microlepidottero Pterophoridae

Questa foto ritrae una farfalla appartenente alla famiglia di microlepidotteri Pteroforidi (Pterophoridae), hanno le ali divise longitudinalmente in lembi penniformi. Volano al crepuscolo. La foto è stata scattata ad agosto in un querceto della Sicilia occidentale a quota 900 m circa. La pianta sul quale poggia la farfalla appartiene al genere Echinops.

La duna litoranea di Tre Fontane


Tre Fontane, frazione di Campobello di Mazara, è un area urbana costruita nella prima della metà del secolo scorso a ridosso di un importante sistema dunale costiero. Al momento della pianificazione non ci si preoccupò della perdita di valore ambientale di questo allora splendido tratto di costa. Era ancora troppo presto per prevedere che un posto come questo avrebbe potuto costituire in futuro un fortissimo richiamo per il turismo escursionistico, naturalistico e sostenibile. Non si prestò sufficiente attenzione neppure ai meccanismi geomorfologici che determinano l'esistenza delle dune e ne regolano dinamismo ed evoluzione. L'eccessiva prossimità dell'area urbana alla zona dunale comporta infatti che l'accumulo di sabbia coinvolga il principale asse viario litoraneo di Tre Fontane costringendo l'amministrazione a costosi interventi periodici per asportare sabbia dalla carreggiata e dai marciapiede. Alcuni abitanti di qui, per eliminare questa spesa, propongono di eliminare la duna che è un ambiente naturale tutelato e sempre più raro in Italia.
La formazione delle dune costiere è effetto dell'azione del vento che soffia dal mare. Sul mare il vento non incontra ostacoli e giunge sulla spiaggia con sufficiente energia per trasportare sabbia verso l'interno. Dopo pochi metri però la morfologia della costa e la vegetazione fanno si che in vicinanza del suolo il vento abbia minore energia e non sia più in grado di trasportare la sabbia che si deposita lungo una linea più o meno parallela alla costa. La vegetazione  favorisce l'accrescersi della duna attenuando la forza del vento al suolo e favorendo il permanere della sabbia. Una vegetazione peculiare di piante dette psammofile colonizza la duna con associazioni vegetali adatte a caratteri ecologici particolari: aridità ed instabilità del suolo, salinità, azione eolica, carenza di sostanze nutritive, salsedine, alte temperature diurne. Partendo dal mare dopo la zona detta afitotica, in cui nessuna pianta è in grado di sopravvivere, troviamo una fascia di spiaggia mai battuta dalle onde, neppure di tempesta, dove la salinità al suolo diminuisce sensibilmente consentendo l'insediamento dell'associazione pioniera Cakiletum maritimae caratterizzata da poche terofite (piante che superano la stagione avversa sotto forma di seme) succulente come la Cakile maritima e la Salsola soda. Qui a Tre Fontane questa fascia è annualmente spianata da mezzi meccanici per l'installazione delle attrezzature dei lidi. Segue la fascia di antiduna (la parte della spiaggia prossima alla duna) dove si consolida in parte la sabbia ed inizia anche a formarsi il suolo. Qui si insedia una associazione di piante stolonifere con radici a sviluppo orizzontale detta Agropyretum. Ne fanno parte Agropyron junceum, Eryngium maritimum, Cyperus kalli. Segue la fascia delle dune mobili con suolo leggermente più maturo e consolitato. In questa fascia si insedia l'Ammophyletum, associazione di piante cespitose con radici profonde come Ammophyla arenaria, Echinophora spinosa, Othantus maritimus, Medicago marina e Pancratium maritimum. Dietro la duna, al riparo dal vento, si insediano il Crucianelletum e l'Ononido Centauretum con piante come la Centaurea sphaerocephala, l'Ononis ramosissima o la Crucianella maritima, quest'ultima fascia qui a Tre fontane non esiste più perché il suo posto è occupato dalla strada litoranea.
Tra la duna e la linea di costa, su una spiaggia naturale, si riconosce un caratteristico profilo determinato dal mare, dal moto ondoso e dalle maree. Partendo da monte, al di sotto della fascia del cakiletum, si incontra una crestina di sabbia che indica il limite massimo raggiunto dalle onde durante l'ultima mareggiata, questa linea prende il nome di berma di tempesta. E' la linea lungo la quale si trovano solitamente anche conchiglie e oggetti spiaggiati. Segue, procedendo verso mare, la berma ordinaria che segna il limite del moto ondoso ordinario. Quindi segue la battigia, piano inclinato tra alta e bassa marea, interrotto nella parte inferiore da un gradino generato dalla risacca. La fauna che solitamente popola le spiagge e la duna (fauna psammofila) è rappresentata prevalentemente da insetti, l'entomofauna di Tre fontane è fortemente depauperata. Le spiagge e le dune ospitano coleotteri dei generi Cicindela, Pimelia e i rari Scarites; ortotteri come Ochrilidia sicula, Sphingonotus personatus, Acrotylus longipes e Brachytrypes megacephalus; gli imenotteri Bembix mediterranea e Smicromyrme viduata; i lepidotteri Pontia daplidice, Polymmatus icarus, Thymelicus acteon e i bruchi della falena Brithys crini che si nutrono del giglio di spiaggia (Pancratium maritimum). Almeno questi ultimi sono ancora sicuramente presenti sulla duna di Tre Fontane. 
L'ambiente dunale è sempre più raro in Italia soprattutto per l'azione dei concessionari dei lidi che solitamente utilizzano lo spazio proprio delle dune per realizzare parcheggi e infrastrutture e che in caso di erosione della spiaggia, fenomeno attualmente in atto in quasi tutte le spiagge d'Italia, tendono a recuperare tale spazio a monte sottraendolo alla duna.

La Grotta delle Ciavule a Sant'Angelo Muxaro - Agrigento

Il paese di Sant'Angelo Muxaro è costruito alla sommità di un'ampia collina di gesso. Tutto intorno affiora estesamente il gesso in macrocristalli trasparenti che caratterizza i sedimenti siciliani del Miocene superiore (Messiniano) depositatisi tra 7 e 5 milioni di anni fa. E' abbastanza noto che il gesso è precipitato al fondo di bacini sovrassaturi di un Mar Mediterraneo che allora perse temporaneamente il collegamento con l'oceano Atlantico e concentrò le sue acque fino a determinare la precipitazione al fondo dei sali normalmente disciolti in esse. La concentrazione aumentò perché senza l'ingresso di acque atlantiche l'evaporazione non è bilanciata dall'insufficiente apporto di acqua dolce dai fiumi europei ed africani. Quando poi alla fine del Messiniano l'Atlantico tornò ad entrare nel Mediterraneo, le evaporiti, cioè le rocce che si erano formate per evaporazione dell'acqua marina, furono sepolte da marne e argille, sedimenti marini del Pliocene (periodo da 5 a 2,5 milioni di anni fa), e poi coinvolte nei movimenti tettonici che hanno portato all'emersione della Sicilia. Il gesso ha formula Ca SO4 + 2 H2O ed è facilmente solubile in acqua. La sua buona solubilità accelera il processo di dissoluzione carsica (corrosione chimica della roccia) degli affioramenti gessosi che si ritrovano emersi ed esposti alle precipitazione ed allo scorrimento idrico. Il territorio di Sant'angelo è particolarmente ricco di forme carsiche come doline, pozzi, inghiottitoi (punti in cui corsi d'acqua superficiali prendono via sotterranea) valli cieche e trafori (gallerie suborizzontali scavate dal percorso dell'acqua). Un grande Antro-inghiottitoio si trova ai piedi della collina di Sant'Angelo, si chiama Grotta delle Ciavule ed è circondato da terreni coltivati ad ulivo, mandorle e pistacchi. L'antro presenta una grande finestra sulla volta, determinata da un crollo e continua in un condotto attivo (cioè con scorrimento di acqua al suo interno) a sezione variabile e a tratti meandriforme con uno sviluppo di circa un chilometro.

interno dell'Antro
Antro visto dall'esterno
la finestra della volta
strati di gesso in macrocristalli

Aporrhais pespelecani

Aporrhais pespelecani L.


Lungo le spiagge del sud della Sicilia si trova ancora abbastanza spesso il nicchio spiaggiato dell'Aporrhais pespelecani L. Un gasteropode del Mar Mediterraneo di piccole dimensione la cui conchiglia ha una caratteristica apertura digitata a forma di piede di pellicano.


approfondisci

Punta Calabianca

Carta geologica (Ispra)

Scogliere calcaree, storia geologica e paleogeografia


Punta Calabianca, dal punto di vista paesaggistico è uno dei luoghi più suggestivi della costa settentrionale trapanese. Costa rocciosa, alta e irregolare, con falesie, ingrottati, faraglioni, minuscole spiaggette e marciapiede di vermetidi. L'asprezza della costa e la relativa lontananza dalla strada litoranea fanno si che questo intorno sia anche meno frequentato dai bagnanti se confrontato con noti luoghi più facilmente accessibili nelle immediate vicinanze. Punta Calabianca è anche uno dei luoghi più studiati da geologi e paleo-geografi perché vi affiora una successione sedimentaria marina, calcarea e silicea, con scarse lacune, che rappresenta un ampio intervallo temporale dal Norico, piano del Triassico superiore (circa 200 milioni di anni fa), al Priaboniano, piano dell'Eocene superiore (circa 50 milioni di anni fa). Le prime ipotesi sull'evoluzione paleogeografica dall'Oceano Tetide (oceano mesozoico che separava la Laurasia dal Gondwana) al Mediterraneo sono state formulate osservando successioni di strati rocciosi come questi con differente significato paleoambientale, dai calcari stromatolitici tipici di mare caldo e poco profondo del Triassico superiore ai calcari pelagici (di mare profondo) dell'Eocene inferiore.
L'immagine in alto riporta un frammento della carta geologica di Punta Calabianca, ad ovest di Castellammare del Golfo in Provincia di Trapani. La successione sedimentaria, (cioè il pacco di strati di roccia) immerge (termine che indica l'inclinazione degli strati di roccia) verso ovest e la parte più antica, che coincide con la Formazione Inici, affiora ad est. Seguono verso ovest la Formazione Sciacca, la Formazione Buccheri, la Formazione Lattimusa, la Formazione Hybla e la Formazione Amerillo.  
E' utile qui ricordare che una "formazione", in stratigrafia (scienza che studia le età degli strati di roccia ed i loro rapporti geometrici) indica un raggruppamento di strati di roccia con caratteristiche comuni ed una certa continuità di sedimentazione pur presentando al suo interno parti distinguibili per litologia o ambiente di sedimentazione che prendono il nome di membri.
Guardiamo nel dettaglio la sequenza i formazioni dalla più antica alla più recente: la Formazione Sciacca (Triassico sueriore) sono dolomie con stromatoliti (tipiche alghe dell'intertidale delle piattaforme carbonatiche) la Formazione Inici (Hettangiano - Sinemuriano) comprende calcari dolomitici di piattaforma carbonatica interna (laguna e piana tidale), la Formazione Buccheri (Bathoniano - Titonico inferiore) presenta calcari grigio rossastri a luoghi nodulari, radiolariti, calcari silicizzati, calcilutiti e calcareniti rossastre e nocciola di piattaforma carbonatica pelagica. La Formazione Lattimusa (Titonico superiore - Valanginiano) contiene calcari marnosi nodulari e calcilutiti bianche e rosate  di piattaforma pelagica, con calpionelle, brachiopodi e radiolari. La Formazione Hybla (Hauteriviano - Albiano) comprende marne verdastre con radiolari e marne grigio-giallastre e bruno-nerastre con belemniti ed aptici di piattaforma pelagica. La Formazione Amerillo (Cretaceo superiore - Eocene superiore), infine, presenta calcilutiti marnose bianche e rossastre di mare profondo.
Questa sequenza di formazioni, dal significato paleoambientale diverso, riassume la storia geologica del sito per l'intervallo di tempo rappresentato. Soprattutto racconta dell'affondamento, nel Giurassico, della piattaforma carbonatica. E un ulteriore importante approfondimento del bacino a partire dal Cretaceo superiore. Caratteristica costante dell'intero intervallo è la relativa distanza dalle terre emerse che si evince dalla scarsità di sedimentazione terrigena, cioè di sedimenti trasportati a mare dai corsi d'acqua. Infatti, nonostante i frequenti cambiamenti di facies (parola che indica l'aspetto della roccia in relazione all'ambiente di deposizione), ad esempio piana tidale, scogliera, bacino, ecc., permane il carattere pelagico dei sedimenti, dove il termine indica la distanza dalle terre emerse dell'ambiente di deposizione. 
Sezione geologica E-W (Ispra)

Scala dei Turchi



Falesie di marna e terre di Gesso
Lungo il tratto di costa tra Porto Empedocle e Torre Salsa affiora una successione sedimentaria marina che rappresenta gli ultimi sette milioni di anni di storia geologica del Mediterraneo, dal Miocene terminale, circa sette milioni di anni fa, al Pleistocene (che termina circa 11.000 anni fa). La parte più antica di questa successione, quella del Miocene superiore, in particolare il piano Messiniano di questo periodo, è occupata da strati di gesso in macrocristalli che testimoniano un importante episodio di evaporazione del Mediterraneo causato da una temporanea interruzione del collegamento tra il Mediterraneo e l'Atlantico. Sopra i gessi si trovano le marne bianche a globigerine del Pliocene. Le marne sono rocce costituite per metà da calcare e per metà da argilla. Marne, argille e altri sedimenti pelagici (di mare aperto) si sono depositati durante il Pliocene, tra i 5 e i 2,5 milioni di anni fa, a partire dal ristabilirsi del collegamento tra il Mediterraneo e l'Atlantico. Le marne in particolare formano tratti di costa molto suggestivi, ad esempio nella località "Scala dei Turchi" nei pressi di Porto Empedocle. La suggestione è dovuta al loro colore bianco e alla stratificazione in bande alternate con maggiore o minore percentuale di calcare. La diversa resistenza all'erosione degli strati più calcarei o più argillosi le fanno assumere spesso un aspetto "gradonato" da cui il nome locale di "scala". L'aspetto interessante delle marne plioceniche è proprio l'alternanza regolare di strati più o meno calcarei in accordo con alcune ciclicità millenarie dei parametri astronomici e climatici. La componente calcarea infatti è determinata dalla massa di organismi planctonici che fissano il carbonato di calcio nei loro gusci (foraminiferi e coccolitoforidi) e il loro numero è influenzato dalla circolazioni dei nutrienti e dal clima. L'argilla è generalmente di provenienza continentale, trasportata dai fiumi. Arriva argilla nel bacino in inversa proporzione alla distanza dalla costa e alla copertura vegetale delle terre emerse. intorno al bacino. La copertura vegetale rallenta l'erosione e dipende anch'essa dalle oscillazioni climatiche.
Un'altra aspetto che si nota osservando la scogliera è che mentre la parte più antica della successione presenta alte percentuali di calcare, procedendo verso l'alto questa percentuale tende a diminuire con sempre più sottili ed isolati strati marnosi in sempre più spessi strati di argilla, fino alla netta prevalenza di argilla. Anche l'interpretazione di quest'ultimo dato non è immediata. La minore percentuale di calcare può essere imputata sia alla diminuzione del numero degli organismi che lo fissano nel loro guscio (foraminiferi e coccolitoforidi), sia ad un progressivo maggiore apporto di argilla dalle terre emerse, quindi una maggiore velocità di sedimentazione. La prima ipotesi indicherebbe una tendenza alla diminuzione progressiva della produttività del bacino, dove la produttività è intesa come l'apporto di biomassa (in peso) per unità di superficie. In mare la produzione primaria è affidata al fitoplancton, l'insieme di alghe unicellulari come diatomee e coccolitoforidi, il cui numero è determinato dalla disponibilità di nutrienti (elementi necessari al fitoplancton come Azoto, Carbonio, Silicio e Fosforo) e dalla possibilità di risalita di questi dalle acque di fondo, dove tendono ad accumularsi, alla zona fotica (dove arriva la luce del sole e può avvenire la fotosintesi). L'ipotesi dell'aumento della quantità di argilla in arrivo nel bacino invece potrebbe contare sul dato che indica il progressivo raffreddamento della temperatura del pianeta a partire da circa 3 milioni di anni fa. Il calo di temperatura comporta crisi ed avvicendamento della copertura vegetale sui continenti con conseguente aumento dell'erosione. Il raffreddamento del clima comporta anche un abbassamento della linea di base (livello del mare) ed una maggiore erosione da parte dei fiumi. A complicare il quadro bisogna però anche tenere conto della progressiva diminuzione della profondità di un bacino che poi è emerso e quindi il suo progressivo avvicinamento alla costa.
Osservando ancora una volta la scogliera si nota infine che la successione pliocenica è inclinata ed erosa nella parte sommitale, gli strati sono troncati a tetto da un piano orizzontale di erosione e sopra questo piano si è depositata in discordanza (con un angolo diverso da quello degli strati al di sotto della superficie di erosione) una calcarenite di ambiente neritico (mare basso) con nicchi di molluschi bivalvi dei generi Ostrea, Pecten, Chlamys e gasteropodi. La calcarenite si è depositata nel corso del Pleistocene, periodo che inizia 2,5 milioni di anni fa.

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il blog Artemisianet, frammenti e commenti di storia naturale, vuole essere una raccolta, di scritti di approfondimento di tematiche naturalistiche, finalizzata a promuovere l'interesse per le scienze naturali nel contesto dell'escursionismo
I testi sono stati elaborati in occasione di viaggi, escursioni e passeggiate organizzate dall'autore, Giuseppe Ippolito, guida naturalistica,  geologo, escursionista e viaggiatore, fondatore di Artemisia.