Isli e Tislit Lac d'Isli e Lac de Tislit

Sul Medio Atlante, intorno alla cittadina berbera di Imilchil, si espande un altopiano che si mantiene sopra i 2000 metri di quota, Appare piuttosto arido e le temperature superano raramente i 30 gradi. A poca distanza tra loro e dalla cittadina di Imilchil esistono due ampi laghi dalle acque azzurre: Lac d'Isli e Lac de Tislit. I geologi marocchini ne attribuiscono l'origine all'impatto di meteoriti avvenuto circa 40.000 anni fa, anche se a prima vista hanno tutto l'aspetto di invasi di origine tettonica dal riempimento di depressioni argillose dell'altopiano costituito a una successione sedimentaria debolmente inclinata di alternanza argille e arenarie. I berberi conservano una suggestiva legenda che vuole i due invasi originatisi dalle lacrime di due amanti morti per il dispiacere di non aver potuto coronare il loro sogno d'amore per l'opposiziione delle rispettive famiglie. Isli e Tislit significano infatti fidanzato e fidanzata.
Carthamus pomelianus


I laghi Tislit e Isli
La leggenda

Sentiero Turiddu Carnivali

Sciara è un piccolo centro in provincia di Palermo noto, insieme al paese vicino Cerda, per la produzione di carciofi e per essere stato feudo dei principi Notarbartolo di Sciara. Nelle sue campagne, ai piedi di Monte Euraco (Monte San Calogero), ricade un misterioso e interessantissimo sito preistorico che comprende un dolmen e un tratto di grandi mura megalitiche noto come "Mura Pregne". E' tristemente noto anche per l'esecuzione mafiosa di un giovane sindacalista, Turiddu Carnivali, nato a Galati Mamertino (Messina), sui Monti Nebrodi, e trasferitosi giovanissimo a Sciara con la madre. A Sciara "Turi" fonda la sezione locale del Partito Socialista Italiano, si impegna per i diritti dei braccianti del feudo Notarbartolo e per i lavoratori delle cave di pietra da frantoio. Si distingue per la sua efficace trattativa con la principessa Notarbartolo. Per questo impegno è ucciso dalla mafia il 16 maggio del 1955. Al processo contro i suoi assassini assisterà l'avvocato Sandro Pertini, suo compagno di partito e futuro presidente della Repubblica. Alla vita e alle opere di Salvatore Carnevale, il poeta siciliano Ignazio Buttitta ha dedicato un noto "Lamentu" che i cantastorie siciliani Nonò Salamone e Ciccio Busacca hanno musicato e cantato. Lo scrittore Carlo Levi ha dedicato a lui un romanzo: "Le parole sono pietre" e i registi fratelli Taviani ne hanno fatto un film. Al suo impegno sociale ed alla sua memoria vogliamo adesso, noi escursionisti siciliani, dedicare un percorso a piedi, un sentiero, un cammino che parte dalle campagne di Sciara e sale al Piano di Maggio, altopiano a gariga erbosa contiguo al Monte San Calogero e circondato da punte di roccia calcarea. La vegetazione arborea è selezionata dal fuoco. Gli alberi più grandi sono le sughere.

Euphorbia resinifera

La prima descrizione di questa pianta è attribuita al dotto e stimato Re Giuba II di Mauretania (52 a.C - 23 d.C), che in un trattato ne descrive le proprietà e la chiama Euphorbia, dal nome del suo medico personale greco. L'Euphorbia resinifera cresce in una limitata regione dei versanti occidentali del Medio Atlante in Marocco, dalle alte colline fino a circa 1500 metri di quota. Si trova spesso in associazione con ginepro e Tetraclinis, palma nana argentea e Pistacia atlantica. E' pianta nota dall'antichità per le proprietà analgesiche della resiniferatossina. E' usata oggi sopratutto come pianta mellifera e i suoi fiori sono frequentati anche da numerosissime falene diurne della specie Catocala nymphaea famiglia Erebidae


Catocala nymphaea

Il Cammino dei Sette Cieli

Il cammino dei Sette Cieli è un percorso escursionistico sui Monti di Palermo. Il nome gli deriva da quello attribuito alle sette cime di quasi pari altezza che formano insieme le Punte della Moarda, una delle più affascinanti e misteriose montagne  tra quelle che coronano la Conca d'Oro. La Moarda si trova proprio sopra l'abitato di Altofonte (Pa), il suo nome è di origine araba e significa "zampillante di acqua". E' uno dei rilievi più umidi e boscosi dei dintorni, ma la cosa più curiosa è proprio che le sue punte siano state chiamate "cieli". Non sappiamo quando ne perchè, ma tra gli escursionisti di Palermo è nota, e frequentemente riproposta da almeno centocinquant'anni, l'escursione alla "Punta Settimo Cielo", m1090, la più occidentale e la più alta di tutte.
In una pubblicazione del Touring Club, la Guida rossa del 1968, è citata anche la "Punta Terzo Cielo" con attribuizione contraddittoria del primato della quota, ma la questione è ancora controversa.
Ad aumentare il fascino di questa montagna, oltre al mistero dei cieli numerati, è stato il ritrovamento, in una delle grotte alle sue pendici, di terrecotte della Cultura del Vaso Campaniforme, o "bicchiere campaniforme, della tarda età del rame, 2600 - 1900 a.C. circa.
L'altopiano ad oriente della catena di cieli ha nome "la moarda", area boscosa estremamente irregolare, soprattutto in prossimità dei cieli. Vi si riconoscono labitinti di roccia, pinnacoli e piccole grotte dovute alla dissoluzione carsica dei calcari mesozoici di cui il rilievo è costituito. Il risultato è un paesaggio a luoghi fiabesco, ricco di anfratti ed angoli suggestivi.
Per chi si lasciasse adesso prendere dalla bellezza del selvatico e dal mistero, potrebbe già abbandonare la via razionale e collegare tutto ad antichissime ed esoteriche sapienze. Quei cieli numerati, uniti alle altre caratteristiche appena descritte, offrono tutti gli ingredienti per riportare alla luce parte della cultura medievale europea o almeno l'astronomia di quel tempo: le sfere celesti di Aristotele e i nove cieli del paradiso di Dante.
In questo contesto la "terza punta" della Moarda è il Terzo Cielo nell'astronomia dantesca, quello attribuito a Venere e nel quale risiedono le anime di coloro che si dedicarono all'amore. Allo stesso modo la nostra Punta Settimo Cielo diventa il cielo di Saturno, dove per Dante si trovano le anime di coloro che si diedero alla vita contemplativa.
Guardandole dall'altopiano, a dirla tutta, le cime sono anche più di sette e non è neppure tanto facile darne un numero preciso, ma probabilmente occorre considerare solo quelle ben visibili dal paese di Altofonte.
Unicuique suum, cioè a ciascuno il proprio cielo e si potrebbe concludere qui, ma invece no, perchè, a proposito di cieli medievali, in un suo recente libro, Carlo Rovelli, il fisico italiano che si occupa di Gravità Quantistica, fa notare quanto Dante Aligheri nel XXVII canto del Paradiso fosse inconsapevolmente molto vicino al modello di universo a tre-sfera associato alla teoria della relatività generale di Einstein.
Una tre-sfera è l'analogo della sfera in uno spazio 4-dimensionale, ma adesso proviamo a vederci chiaro.
Dante descrive l'ultimo cielo del suo paradiso, il cielo più esterno, come quello che racchiude tutti gli altri, ma contemporaneamente è racchiuso in essi. Stiamo parlando in realtà di un enigma antico di secoli cioè se l'universo sia finito o infinito e se fosse finito cosa ci sarebbe oltre. Tutti noi ci siamo posti questa domanda almeno una volta nella vita. Già nel VI secolo a.e.v, Archita, tarantino e filosofo pitagorico, si chiedeva, a questo proposito, che senso potesse avere un confine dell'universo nel momento in cui fosse sempre possibile allungare una mano per oltrepassarlo. Per contro un universo senza confini è ancora più difficile da giustificare e allora una soluzione la ispira suo malgrado Brunetto Latini, contemporaneo e maestro di Dante, che descriveva la Terra come il luogo in cui un uomo camminando sempre dritto davanti a se prima o poi debba ripassare dal punto in cui è partito. Dante è forse il primo ad estendere questa osservazione e la applica al suo paradiso. Infatti quando giunge al confine estremo, cioè nel nono cielo, egli si ritrova di nuovo all'interno di tutti i cerchi interni che aveva già percorso, come al punto di partenza. Dante così si toglie dall'impiccio dal dover andare oltre e risolve il problema di dover gestire un bordo di un paradiso finito. Niente bordo significa niente horror vacui, in una rassicurante continuità.
La tre-sfera è la soluzione dei fisici per ottenere un risultato simile per l'universo relativistico: un universo quadridimensionale, finito, ma privo di confini, come combinazione di due sfere. Per noi è più facile capire se partiamo dal passaggio precedente cioè dall'unione di due piani (bidimensionali) in una sfera (tridimensionale, detta dai fisici due-sfera) incollandoli per il bordo. Immaginiamo di avere due piani circolari, di deformarli a cupola ed unirli. Si ottiene una sfera unica e su questa si potrà passare da un piano all'altro camminando sempre dritto su una superficie finita che non ha bordi. Ne abbiamo esperienza sulla superficie della Terra dove possiamo camminare o navigare liberamente da un emisfero all'altro senza incontrare mai la "fine del mare", o peggio, la "fine del mondo". Proviamo ora a fare lo stesso con due sfere: le deformiamo e le incolliamo per il bordo (la loro superficie esterna) in modo tale da ottenere non solo una superficie (2D) finita e senza bordi, ma un volume (3D) finito e senza bordi. Noi in questa situazione abiteremmo la "superficie" tridimensionale della tre-sfera quadridimensionale. Abbiamo serie difficoltà a visualizzare la geometria del risultato per i limiti del nostro cervello. Nell'economia del nostro esistere biologico, infatti, non si è mai reso necessario saper visualizzare dimensioni oltre la terza, ma con la matematica sappiamo gestire anche spazi multidimensionali. Viaggiando nello "spazio" di una tre-sfera, in una qualsiasi direzione, non incontreremo mai il suo confine eppure essa non è infinita. L'universo è finito e andando sempre dritto si rischia di tornare al punto di partenza, come piaceva a Brunetto Latini e a Dante Aligheri. Anche noi, nel nostro piccolo, una volta giunti alla Punta Settimo Cielo, in qualche modo torneremo al punto di partenza seguendo il nostro Cammino dei Sette Cieli.

Il "layer cake" di Malta e Gozo

La falesia di Il-Pinnur lungo
la costa meridionale di Gozo

Anche nella più superficiale delle guide di viaggio sull'arcipelago maltese compare qua e là la parola "globigerina". Il termine è usato così, anche da solo, per indicare rocce calcaree bianche o gialle cavate in queste isole e usate per l'edilizia. Sono rocce sedimentarie, un pacco di strati orizzontali dai tenui colori e ben visibile soprattutto lungo le coste, sulle falesie di Gozo e di Malta. I locali anglofoni lo chiamano giustamente layer cake perchè ricorda una torta a strati dove al posto di crema e pan di Spagna si alternano marne, calcari e argille, accumulatisi su un fondale marino a nord dell'Africa tra l'Oligocene superiore (Chattiano) e il Miocene superiore (Messiniano), per capirci, tra 28 e 6 milioni di anni fa. Le globigerine, per chi non le conoscesse, sono organismi unicellulari marini con scheletro calcareo diviso in camerette sferoidali sforacchiate (vedi foto sotto). Le camerette sono i 'globi' che uniti al 'gero' del latino "portare su di se" formano il nome Globigerina. Questo però è solo uno dei tanti generi di foraminiferi che fanno e facevano parte dello zooplancton marino e qui il nome è usato per riassumerli tutti. Le 'globigerine' fossili costituiscono in buona parte la componente calcarea delle rocce dell'isola, ma sono talmente piccole, da mezzo millimetro in giù, che solo pochi fortunati hanno occasione di vederle al microscopio.
Globigerina bulloides (da Wikipedia)
Sorprende quindi che a Malta abbiano ottenuto attestato di esistenza anche tra i non specialisti, tanto più se si pensa che nelle rocce maltesi sono frequenti fossili ben più grandi e appariscenti come ricci di mare (echinoidi), molluschi bivalvi, coralli non coloniali e denti di squalo. Questi ultimi, un po' di tempo fa, erano considerati denti di serpente pietrificati, le mitiche 'glossopetre', ma soprattutto gli echinoidi e i bivalvi sono abbondanti e ben visibili sia sui conci usati per costruire, dove appaiono variamente sezionati, sia lungo i sentieri costieri, sulle rocce, dove spesso sono messi in evidenza dall'erosione differenziale che fa si che il fossile, più resistente all'erosione rispetto alla matrice che lo ingloba, sia posto in rilievo sulle superfici delle rocce esposte agli agenti atmosferici. Che storia naturale racconta allora la "torta a strati" attraverso i suoi fossili? Parla soprattutto di acque tropicali o sub-tropicali, da poco profonde a profonde e di fondali in parte sabbiosi. Echinodermi, bivalvi e coralli fossili del Neogene sono infatti morfologicamente simili a specie viventi nei mari attuali e questo permette di farsi un'idea abbastanza precisa, per confronto, del loro ambiente di vita. Con il contributo dell'enorme mole di dati raccolti ad oggi dai geologi si può aggiungere molto altro sull'aspetto che doveva avere il Mediterraneo circa 28 milioni di anni fa. L'immagine qui sotto riassume un'ipotesi della situazione a metà Oligocene, grosso modo l'età dei sedimenti più antichi che affiorano a Malta e Gozo.
Situazione del Mediterraneo al momento
della deposizione dei sedimenti più antichi
che affiorano a Malta e Gozo, 30 Ma.
In accordo con le osservazioni fatte sui fossili, dalla ricostruzione si nota che i sedimenti che oggi costituiscono l'arcipelago maltese facevano parte di un'estesa piattaforma continentale sommersa contigua al continente africano e alla catena appenninnico-magrebide che tendeva ad unire il Nordafrica con l'Europa. I geologi l'hanno chiamata “Ragusa platform” (Pedley et alii, 1976). Il Mediterraneo aveva aspetto piuttosto diverso da quello odierno, soprattutto nella sua parte occidentale, probabilmente da qualche parte si poteva anche passare dall'Africa all'Europa su terraferma, Corsica e Sardegna si trovavano ancora molto vicine alla costa della penisola iberica e iniziavano una rotazione in senso antiorario contestualmente alla deposizione del nostro 'layer cake'. Non esisteva ancora il Mar Tirreno, che si aprirà anche lui nel corso del Miocene e il clima globale, sappiamo per altri studi, doveva essere più caldo di adesso, ma in progressivo raffreddamento. La 'torta a strati' è stata studiata in dettaglio da molti autori prendendo in considerazione diversi gruppi sistematici (sono i raggruppamenti dei viventi in base loro grado di parentela) soprattutto foraminiferi e coccolitofori (anche questi ultimi sono organismi unicellulari del plancton marino) con i quali si sono ottenuti, una datazione piuttosto precisa dei sedimenti e dati paleoclimatici. Sono stati studiati anche gli echinoidi e il link in appendice porta ad una tesi di laurea che ha preso in considerazione 22 specie fossili di ricci di mare di Malta.
Ambulacri  di Scutella subrotunda
echinoide di acque poco profonde
Un caratteristico e ben riconoscibile livello fossilifero a Malta e Gozo è dell'Oligocene superiore (Chattiano), circa 28milioni di anni fa. E' uno strato di pochi centimetri che contiene abbondanti resti di un riccio di mare fortemente appiattito e conosciuto solo nei sedimenti maltesi. Si chiama Scutella subrotunda, qui accanto è la foto dei suoi ambulacri, la "margherita" di fori che consentono all'animale di interagire col mondo esterno attraverso centinaia di pedicelli. Questa specie, per affinità con quelle attuali di forma analoga, doveva popolare i bassi fondali sabbiosi. Fornisce quindi indicazioni paleoambientali precise soprattutto sulla scarsa profondità del mare durante la deposizione dei sedimenti che ne contengono i fossili.
Schizaster parkinsoni
echinoide di mare profondo
Un altro echinoide frequente nei sedimenti di Malta è la specie Schizaster parkinsoni (vedi foto a destra). Ha forma più globosa, con profonde scanalature in corrispondenza degli ambulacri ed è considerata forma di mare profondo. Grazie a considerazioni paleoambientali come queste, fatte con varie specie di cui si  conosce l'ecologia, possiamo grossomodo avere un'idea delle variazioni della profondità del fondale marino nell'arco del Miocene nella stessa successione sedimentaria.
Sfogliando la nostra layer cake troviamo alternate aree con pochi fossili, livelli caratterizzati da associazioni divese di echinidi, da bivalvi dei generi Flabellipecten e Chlamis, da coralli isolati e da pteropodi (questi ultimi sono molluschi marini).
Un aspetto curioso riguarda alcuni fossili di coralli e pteropodi che si trovano anneriti da un processo chimico detto fosfatizzazione. La fosfatizzazione consiste nella sostituzione del carbonato di calcio (CaCO3) del loro scheletro con fosfato di calcio o apatite, Ca5(PO4)3(F,Cl,OH).(Ca3(PO4)2. Questo processo avviene però in ambiente riducente. Si pensa quindi ad acque basse, calde, ricche di sostanza organica e poco ossigenate. Poichè spesso negli stessi sedimenti si trovano anche echinoidi non fosfatizzati, i fossili fosfatizzati devono essere poco più antichi, essere stati erosi dal loro sedimento originario, ed essersi risedimentati in ambiente non riducente. Dal Messiniano, che è l'ultino piano del Miocene, in poi non abbiamo più continuità di sedimentazione marina nell'arcipelago, che doveva quindi essere emerso. Poche eccezioni riguardano scarsi depositi pleistocenici costieri. Tuttavia proprio con il Pleistocene, epoca delle grandi glaciazioni, che inizia 1,8 milioni di anni fa, si apre un altro affascinante e piuttosto controverso capitolo della storia naturale di Malta e del Mediterraneo, quello relativo alle faune a mammiferi che popolavano le terre emerse (mammalofaune).
Corallo del Miocene
Si trovano a Malta fossili di mammiferi terrestri come elefanti nani (Palaeoloxodon falconeri) e ghiri giganti (Leithia melitensis), animali affini a quelli che popolavano anche la Sicilia intorno alla 'terza glaciazione' (Riss), datata tra 200 e 180mila anni fa. Caratterstica delle faune siciliane e maltesi è stata l'evoluzione verso il gigantismo o il nanismo di alcune specie, dovuto alle condizioni di insularità. L'assenza di predatori, ad esempio, e la minore quantità di risorse alimentari vegetali sulle isole, possono essere stati i fattori ambientali favorevoli alla riduzione della taglia dell'elefante siculo-maltese, affine geneticamente più a quello indiano che a quello africano, fino a portarlo alle dimensioni di un grosso cane...
Successione argillosa della
costa meriodionale di Gozo

Flabellipecten sp.
Aculeo di Prionocidaris avenionensis

Flabellipecten sp.



Bivalvi, Malta costa meridionale

corallo fosfatizzato, Gozo

Schizaster parkinsoni
Approfondimenti:
Echinoidi miocenici dell'Arcipelago Maltese
Sulle faune pleistoceniche mediterranee.
Considerazioni sui mammiferi fossili delle isole mediterranee
Sulla datazione del Membro Lower Globigerina Limestone

La Piramide triassica di Monte Triona (Sicani)

Monte Triona
la cima di Monte Triona
Il Monte Triona è alto appena 1215 metri, meno di molte altre cime dei Monti Sicani, ma è una delle punte più significative, sia per la posizione dominante e centrale nel paesaggio sicano occidentale, tra le province siciliane di Palermo ed Agrigento, sia per le rocce sedimentarie mesozoiche, tra le più antiche di Sicilia, che affiorano sulla cima. Sono rocce calcare di aspetto nodulare, cariato e colore bianco, disposte in strati quasi orizzontali. I fossili che contengono sono bivalvi del genere Halobia, conodonti, calcisfere e radiolari, che indicano insieme ambiente di deposizione pelagico e scarpata distale, cioè mare aperto piuttosto profondo, lontano dalle coste e intervallo di deposizione tra la fine del Carnico, tutto il Norico ed il principio del Retico (220 e 200 milioni di anni fa). Carnico, Norico e Retico sono tre piani (intervalli di tempo) della parte superiore del periodo Triassico. Il Monte Triona è la punta più alta di un frammento triangolare di altopiano di circa 1100 metri di quota che comprende l'adiacente e irregolare Piano delle Giumente. Su questo altopiano affiora il resto della successione di rocce sedimentarie che i geologi raggruppano nel Bacino Sicano. Dai 200 milioni di anni fa delle rocce del Monte Triona arriviamo a rocce di circa 40 milioni di anni fa, cioè dell''Eocene.  L'ambiente di deposizione, per questo lunghissimo intervallo di tempo rimane sostanzialmente quello di bacino marino profondo che si è trovato ad un certo punto a separare due piattaforme carbonatiche, una a nord detta "panormide" e un'altra a sud detta "saccense". A quota m744, ai piedi del nostro monte, è il paese di Bisacquino (Pa) che si trova su uno degli spartiacque sicani che a nord alimenta il ramo sinistro del fiume Belìce e a sud il fiume Sosio Verdura. Il Sosio ed il Belìce sfociano poi entrambi lungo la costa mediterranea. Il panorama a nord è l'imponente versante meridionale del gruppo montuoso Barracù-Cangialoso, il terzo più alto dei sicani, m1457, questo versante è interessantissimo perchè espone un ampio intervallo di tempo geologico e mostra grandi linee di faglia che utili per lo studio della tettonica distensiva infragiurassica e quindi utili per le ricostruzioni paleogeografiche dell'intera area sicana. Ad est del Triona si vede invece il rilievo isolato di Monte Genuardo, area significativa per l'affioramento di una successione sedimentaria considerata di transizione tra il Bacino Sicano e la Piattaforma Saccense. La parte più antica di questa successione, infatti, coeva ai calcari pelagici del Monte Triona, è costituita da dolomie e calcari di piattaforma carbonatica con fossili di  megalodontidi, grandi bivalvi tipici delle lagune di retroscogliera, mentre poi "annega" ed evolve anch'essa in bacino profondo con una successione sedimentaria simile a quelle dell'adiacente bacino sicano. Lo studio dell'evoluzione paleogeografica del bacino sicano e adiacenti domini è stato uno dei più interessanti argomenti di discussione geologica degli ultimi decenni. Questo tipo di ricerche si basa su rilevamento geologico, cioè il riconoscimento e la datazione delle rocce che affiorano in soperficie, e sullo studio delle faglie che hanno isolato e dislocato i corpi rocciosi. Lo scopo finale è la ricostruzione dei paesaggi del passato e quindi l'evoluzione geologica e tettonica di una regione. E' un lavoro lungo, basato sui contributi di generazioni di geologi ed è complicato dalla possibilità di diverse interpretazioni delle geometrie nel sottosuolo pur partendo dagli stessi dati di campagna. Non c'è, infatti, un modo univoco per interpretare come continuano in profondità le faglie e le testate di strato delle rocce che riusciamo facilmente ad osservare sulla superficie. Camminando in campagna possiamo misurare con precisione, e riportare su carta, inclinazione direzione e verso di ogni superficie, che sia uno strato di roccia o una faglia. Possiamo essere abbastanza certi che quella superficie proseguirà allo stesso modo nel sottosuolo per alcuni metri o decine di metri, ma poi, più ci spingiamo in profondità, più la nostra interpretazione delle geometrie dei corpi rocciosi rischia di allontanarsi dalla realtà. Per potersi spingere oltre si ricorre ad altri dati, ad esempio quelli ricavati dallo studio di pozzi stratigrafici esplorativi e quelli forniti dai profili ottenuti con il metodo della sismica a riflessione. Quest'ultima consente di "vedere" le superfici di discontinuità nel sottosuolo che riflettono onde artificialmente indotte. Ma anche avendo a disposizone molti dati, anche precisi, da pozzi e profili sismici, rimane una certa libertà interpretativa della situazione del sottosuolo. Alcuni esempi di problemi interpretativi dei dati potete trovarli su alcuni dei post del blog Unofficial tectonics. Raramente capita ai non specialisti di poter dare un'occhiata alla fabbrica delle idee di argomento "tettonico", e attraverso i post, a volte polemici, di Francesco Vitale (autore del blog), potreste farlo. Tornando ai calcari del Norico di Monte Triona e cercando a livello regionale altre rocce della stessa età, unitamente a quanto sappiamo in genere sulla geografia europea della parte superiore del Triassico, possiamo proporre un'ipotesi di paesaggio che vede un bacino profondo in cui si depositarono i calcari con Halobia di Monte Triona mentre contemporaneamente esistevano due piattaforme carbonatiche (immaginatele come barriere coralline tropicali) sia a nord, la cosidetta piattaforma "pre-panormide", sia a sud dove esisteva un'altra piattaforma detta "saccense". Sul Triassico superiore, sui Monti Sicani,  in questo stesso blog, c'è qualcosa qui.

Il Sentiero del Lupo

Il "Sentiero del Lupo" è un anello escursionistico che si sviluppa intorno al Vallone Schiavo, nella parte occidentale del Bosco della Ficuzza, l'ampio querceto in provincia di Palermo, a nord della Rocca Busambra, tra i comuni di Marineo, Godrano, Mezzojuso e Corleone. Il nome "Lupo" è in accordo con quello dell'antico feudo di cui faceva parte questa porzione di bosco. Il Feudo Lupo è citato come "Chiano di lo Lupo" già in documenti del XVI secolo (Gioacchino Nania, 1995), ma il sentiero, piuttosto che al feudo, è dedicato al nobile mammifero predatore, frequentatore di questi luoghi e portato all'estinzione con ripetute e incentivate campagne di sterminio che si sono accanite contro questa specie già dal medioevo. Il Lupo viveva in tutta Europa, comprese le isole britanniche. In inghilterra si estingue all'inizio dell'età moderna e nel 1700 scompare anche da Scozia e Irlanda. Poi tocca ai lupi "francesi" e "tedeschi" e a metà ottocento scompare anche dall'Italia del nord. Giardina (1977) riporta per l'anno 1935 l'ultima uccisione ufficiale di lupo in Sicilia durante una battuta di caccia organizzata a questo scopo a Ficuzza, ma il Prof. di ecologia Silvano Riggio riferisce di una lupa uccisa a Bellolampo nel 1937, sui Monti di Palermo e aggiunge che il suo corpo impagliato dovrebbe essere quello esposto nella sezione naturalistica del Museo Regionale del Palazzo D'Aumale di Terrasini (Mario Pintagro, La Repubblica, 2011/09/13). Il bosco a nord della Rocca Busambra ha una storia complessa di divisioni amministrative medievali. Il Feudo Lupo s'incuneava tra altri due: Cappidderi e Ficuzza, con un vertice in località Quattro Finaite, una portella boscosa il cui nome, non a caso, significa quattro confini. L'antica Divisa Bifarera doveva comprendere il più recente Feudo Ficuzza, la porzione di bosco ai piedi della Rocca Busambra, mentre il Feudo Cappidderi, citato in documenti antichi come Capilleris Nemus ad Montis Regalis, raggiungeva a nord il paese di Marineo ed era anch'esso coperto di bosco. Il toponimo Lupo si è conservato ad indicare un ampio Cozzo isolato da balze di arenaria e alto m780 a nord del Vallone Schiavo ed il bivio (m555) con una strada che dalla statale tra Marineo e Ficuzza stacca a sinistra in direzione di Godrano attraversando il bosco in corrispondenza di Quattro Finaite. A nord di questa strada, separato da una bassa cresta di rilievi arenacei, si trova il Vallone Schiavo, uno dei più belli del bosco soprattutto per la monumentalità di alcuni grandi alberi che crescono nel suo fondovalle. Si tratta della forma "termofila" meridionale del cerro, la quercia di Gussone (Quercus gussonei). Intorno al Vallone Schiavo offrono grande suggestione anche alcuni contrafforti rocciosi di arenaria bruno-giallastra dell'Oligocene, 34-23 milioni di anni fa, localmente cariati dall'erosione eolica. A questi elementi di pregio possiamo aggiungere il discreto livello di conservazione di alcunee aree del sottobosco, le grandi sughere (Quercus suber) che crescono sulle creste arrotondate e la vista sulla superba parete nord della Rocca Busambra. Osservando alcune cavità nelle pareti di arenaria  sul versante esposto a sud, si notano anche grandi colate bianche di guano che indicano posatoi frequentati dai rapaci. Tutti questi elementi insieme, fanno di questo un luogo degno del lupo o meglio dell'immagine collettivo che conserviamo di questo animale. Il sentiero del Lupo si sviluppa quasi sempre nel bosco, attraversa alcune schiarite panoramiche di cresta, e incontra, oltre agli alberi già citati anche altre querce caducifoglie del gruppo "pubescens s.l.", lecci (Q. ilex) e qualche acero della specie Acer campestre. Vari rimboschimenti forestali, operati a partire dagli anni '50 del novecento, hanno aggiunto conifere mediterrane e frassini.
Il lupo appenninico, per parte sua, dagli anni settanta è protetto dalla legge e da allora ha iniziato lentamente a riconquistare il suo antico areale partendo dagli unici luoghi in Italia dove, con un centinaio di esemplari, era sopravissuto allo sterminio: alcune piccole aree montuose dell'Appenino centrale tra Campania e Calabria. I pastori abruzzesi in particolare sono sempre riusciti a mantenere un raro equilibrio di convivenza con questo animale. Il lupo si espande per dispersione, cioè con l'allontanamento dei giovani al secondo anno di vita per andare alla ricerca di un nuovi territori. Il branco non è mai numeroso, è solitamente costituito da una coppia di adulti e dall'ultima loro cucciolata che infatti non resta coi genitori oltre il secondo anno di vita. Lentamente, anno dopo anno, i lupi sono tornati a popolare l'Appennino, dall'Aspromonte alla Liguria, e poi hanno iniziato a risalire le Alpi occidentali. Nello stesso tempo anche la residua popolazione balcanica di lupi ha ripreso ad espandere il suo areale verso nord e si è già formata, nel Parco regionale della Lessinia, una coppia con una femmina "piemontese" ed un maschio "sloveno". Parte dell'antica distribuzione della specie in Europa dell'inizio dell'ottocento è recuperata e l'Europa cerca adesso di studiare possibili strategie per consentire una convivenza meno conflittuale possibile con l'uomo. Il successo di questa espansione, spiega il Prof. Luigi Boitani, uno dei massimi esperti europei di lupi, è dovuta alla sua estrema flessibilità e adattabilità. Può adottare qualsiasi dieta e occupare qualsiasi ambiente. Il lupo si insedia ovunque ci sia qualsiasi cosa da mangiare e non sia ammazzato. E' intelligente, capace di imparare dall'esperienza, cambiare strategia, valutare i pericoli e fare un bilancio del rischio. Oggi solo l'insularità impedisce al lupo di tornare anche in Sicilia.

Approfondimenti:
Gioacchino Nania, Toponomastica e topografia storica nelle Valli del Belice e dello Jato, Barbaro Editore Palermo, 1995.
Vito Amico, Dizionario Topografico della Sicilia, Tipografia Pietro Morvillo, 1833
AA VV Atlante dei Vertebrati della Sicilia, ARPA, 2008
Documenti sul sito del Progetto Life-Wolf-Alps