Monte Cofano

Il palmeto di contrada Macarese
sovrastato da imponenti conoidi
di deiezione


Il Monte Cofano (m659) è un promontorio calcareo sul mare della provincia settentrionale di Trapani. Ha aspetto dolomitico e appare quasi inaccessibile da ogni versante. Soprattutto la porzione occidentale e meridionale del rilievo presenta alte pareti in erosione ed enormi accumuli di detriti raccolti in imponenti conoidi di deiezione coalescenti. Il crollo e l'accumulo di detriti di varie dimensioni è continuo e si notano in parete nicche di distacco anche molto recenti. Alcuni grossi massi staccatisi dalla pareti rocciose si sono fermati sulla piattaforma di abrasione (superficie pianeggiante derivante dal progressivo smantellamento e arretramento di una costa alta a opera del moto ondoso) di contrada Macarese a punteggiare di bianco il verde palmeto nano di Chamaerops humilis che caratterizza questo versante.
Golfo del Gofano e rupi
Le pareti rocciose del promontorio, soprattutte quelle del versante settentrionale, più umido, sono ambiente rifugio di un certo numero di specie di molluschi polmonati. Una chiocciola endemica di Monte Cofano si chiama Siciliaria crassicostata, ha una conchiglia dall'angolo spirale molto stretto, lunga quasi tre centimetri. E' ornata da coste assiali parallele interrotte dalle suture delle spire, avvolgimento sinistrorso e apertura scampanante a chiusura di un forte restringimento dell'ultima spira. Appartiene alla famiglia dei Clausilidi, la più ricca di specie dopo quella degli Helicidi. I Clausilidi, tutti erbivori, sono considerati caratteristici delle catene montuose perchè popolano gli anfratti delle pareti di roccia. La caratteristica che raggruppa tutti i generi di questa famiglia è il “clausilio”, un elemento elastico che permette all'animale di chiudere l'ingresso della conchiglia. Il genere Siciliaria è tutto siciliano e comprende una decina di specie. In Sicilia quasi metà delle circa 250 specie di molluschi terricoli è esclusiva dell’isola. Tra le rupi del Monte Cofano si notano anche grappoli di fori circolari, più o meno coalescenti, più o meno profondi. E' il risultato dell'azione di un'altra chiocciola endemica siciliana, il Cornu mazzullii, capace di corrodere chimicamente la roccia calcarea. La conchiglia è lunga circa 3 centimetri ed ha angolo apicale retto e quindi la spira risulta ben panciuta. Scavando delle nicchie il mollusco crea un ambiente in cui può rifugiarsi. Le pareti di roccia abitate dai molluschi sono in genere ricche di flora rupestre. Molte piante mediterranee in inverno sono piena fioritura o in piena vegetazione perchè possono disporre dell'umidità necessaria e di un clima che si mantiene piuttosto mite tutto l'anno. Molto appariscenti sulle pareti calcaree sono i fiori blu-elettrico della Lithodora rosmarinifolia,
Lithodora rosmarinifolia
quelli violetti della Micromeria graeca e quelli bianchi dell’Iberis semperflorens. Quest'ultima è una crucifera il cui areale è limitato alla Sicilia occidentale, le Egadi e Capo Palinuro. Interessante osservare anche i pascoli con le fioriture invernali delle geofite e delle prime orchidee. Una pianta endemica che inizia a fiorire adesso è la Romulea linaresii, una piccola liliacea di colore violetto. Altri ambienti straordinari del Monte Cofano sono gli stagni temporanei. Il più esteso e conosciuto è il Gorgo Cofano che si trova sulla sella orientale di quota m249. E' una pozza circolare che mantiene l'invaso per circa sei mesi l'anno ed è circondata da pascoli. Ospita una delle più ricche comunità di entomostraci (crostacei) della Sicilia. Convivono insieme anostraci dei generi Chirocephalus e Branchipus
Chirocephalus diaphanus
lunghi circa 1,5 centimetri, e almeno tre diverse specie di copepodi calanoidi (piccoli gamberetti rossi). Presenti anche ostracodi e concostraci. A questi ultimi due gruppi appartengono i crostacei dotati di conchiglia bivalve, molto piccola, circa 1 millimetro, e globosa quella dei primi, più grande, circa mezzo centimetro, sottile, rossastra e trasparentei quella dei secondi. I concostraci è più facile osservarli nelle pozze temportanee di contrada Macarese che hanno tempo di invaso molto più breve. Questi crostacei sono erbivori e il loro predatore naturale è ancora un crostaceo appartenente al genere Triops che può superare i due centimetri di lunghezza e ricorda molto per aspetto un minuscolo Limulus. Due anfibi tutelati da normative comunitarie depongono le loro uova al Gorgo Cofano: il rospo smeraldino Bufo siculus e il discoglosso Discoglosus pictus. La superficie del Gorgo cofano presenta stagionalmente anche la spettacolare fioritura di un ranuncolo acquatico: il Ranunculus baudotii
Ranunculus baudotii
Per raggiungere la cima di Monte Cofano esiste un ripido ed esposto passaggio roccioso nel versante orientale, sconsigliato ai non esperti, molto semplice invece, e ricco di curiosità naturalistiche, ma anche storiche e cuturali, è il periplo del Monte Cofano, su comodi sentieri. Lungo la costa partendo dal Golfo del Cofano e seguendo l'antica Regia Trazzera litoranea, si incontrano in successione un'imponente torre di avvistamento spagnola, cui sorgeva a fianco una tonnara non più esistente, una trincea ed un traforo di tipo militare di epoca incerta, una tavola in marmo del 1750 raffigurante San Nicola di Bari, posta alinizio della parte più ripida ed esposta del versante a protezione dei viandanti, una cappelletta e una grotta di interesse archeologico e paleontologico (Grotta del Crocifisso), una seconda torre costiera. Dopo la torre inizia la contrada Macarese dove si infittisce il palmeto a Chamaerops humilis di cui scrivevamo all'inizio che termina a ridosso delle case della Cala Buguto. Lungo la costa rocciosa che circonda il promontorio è osservabile, a mare, quasi senza interruzioni, il marciapiede a Vermetidi, una scogliera costruita da molluschi che fissano la loro irregolare conchiglia nella fascia intertidale.
Erica sicula
Gli scogli calcarei in prossimità del mare ospitano flora alofila con Limonium sp. e Crithmum maritimum (Finocchio marino), questa cede il passo verso monte ad una gariga ad Ampeodesmos mauritanicus, palme nane e Calicotome infesta. Nei pressi della Grotta del crocifisso, insieme ad altre piante rupestri, cresce l'Erica sicula altra pianta straordinaria e poco diffusa. L’isolamento orografico del Monte Cofano ha determinato la differenziazione di alcuni endemismi botanici per la cui conservazione l’area è oggi posta sotto tutela.

Pizzo Ciaramita

Sulle creste di Pizzo Ciaramita
Il toponimo più evidente lungo il percorso per il Pizzo Ciaramita è Serra Raffi, comprendente una lunga cresta di oltre tre chilometri che dal letto del Fiume Eleuterio, a circa m 270 s.l.m, sale al Pizzo Raffo a quota m 897. Raffo è toponimo di origine araba, dal significato generico di scalinata, che incorre frequente in Sicilia in quelle contrade dove gli strati rocciosi affioranti conferiscono ai versanti aspetto gradonato. Serra Raffi è parallela all'altrettanto lungo e suggestivo Vallone del Corvo che delimita a sud-ovest il versante occidentale del Monte Gulino (m 847), con i suoi numerosi cozzi, interamente ricoperto da una estesa pineta. Il Vallone del Corvo culmina in un'ampia sella erbosa e panoramica, a quota m 717, che separa il roccioso, e per metà boscoso, Pizzo Ciaramita (m 821) dalla sommità della Serra Raffi, che prosegue e culmina poi nel Pizzo Cervo (m 946). Anche il toponimo ciaramita ha origine araba e ricorre frequente, con diverse varianti, tra i nomi di luoghi di Sicilia. Il significato è tegola o, più genericamente, terracotta. Solitamente incorre in quei luoghi dove è facile trovare frammenti di terracotta (ceramiti) tra ruderi di antichi fabbricati. Dalla sommità della “tegola” si gode di un magnifico panorama sull'altopiano carsico del Mezzagno, sulle campagne di Misilmeri e Marineo, sulla Valle dell'Eleuterio, sulla Rocca Busambra e sulla costa settentrionale ad est del monte Catalfano (Bagheria). Il punto di partenza per l'escursionie, sul letto del Fiume Eleuterio, è la contrada Risalaimi. Anche questo è un toponimo arabo e significa grossomodo testa della sorgente. Le sorgenti che vi affiorano sono captate per uso potabile e attorno ai ruderi dell'antico Casale Risalaimi, sono sorti gli impianti di potabilizzazione (quello vecchio e quello nuovo inaugurato nel 2011), dell'acqua proveniente anche dal bacino artificiale di Scanzano. Il casale Risalaimi, di origine araba, fu abbandonato solo intorno al 1850. Parte degli affreschi di Tommaso De Vigilia, realizzati intorno al 1470 all'interno della chiesa rurale di Risalaimi, furono trasferiti sul finire dell'800 a Palazzo Abbatellis a Palermo. Lungo il primo tratto del sentiero si incontra una radiolarite del Giurassico, depositatasi tra circa 180 e 150 Ma (Toarciano sup.- Titonico, Ma = milioni di anni fa) E' una roccia sedimentaria pelagica che caratterizza ambienti deposizionali profondi dove l'elevata pressione impedisce l'accumulo del carbonato di calcio (vedi Lisoclino). La radiolarite è costituita prevalentemente da scheletri silicei di Radiolari, protozoi del plancton marino i cui scheletri si accumulano ancora nei fondali profondi a costituire fango siliceo. Poco piu in alto, lungo la Serra Raffi, si incontrano invece calcari a Crinoidi con Brachiopodi e Foraminiferi bentonici. I Crinoidi appartengono al Phylum degli echinodermi, parenti stretti dei ricci di mare. Hanno uno scheletro interamente costituito da piastrine calcaree, di varia forma, che alla morte dell'animale si accumulano nei sedimenti. Il loro corpo è costituito da una teca a simmetria pentaraggiata, spesso ancorata al substrato tramite un peduncolo, sormontata da cirri più o meno ramificati. Ricordano dell'insieme un giglio, da cui il nome italiano di giglio di mare dato alle forme attualmente viventi. Queste rocce, sempre giurassiche, sono di poco più antiche delle radiolariti (190-180 Ma, Sinemuriano sup. Toarciano inf.).
Rocce del Carnico-Retico
Procedendo nel Vallone Corvo e fino alla sommità del Monte Gulino, si passa a rocce ancora più antiche: "calcari con selce alternati a marne fissili grigio-verdi" con radiolari, bivalvi pelagici, ammonoidi e conodonti. Si tratta di rocce del Triassico superiore formatesi sempre in ambiente pelagico (lontano dalla costa) tra il Carnico Superiore ed il Retico, (tra circa 228 e 200 Ma). L'erosione differenziale ha scolpito questi calcari in forme frequentemente meravigliose.

Pizzo di Valle del Fico

Meta classica dell'escursionismo invernale palermitano, il Pizzo di Valle del Fico è un rilievo calcareo alto 788 metri, la cui sommità è un'ampia sella erbosa scarsamente alberata ed estremamente panoramica: una terrazza su Palermo e la Conca d'Oro. Le rocce della sommità conservano una ricca flora rupestre tra cui, in piena fioritura invernale, si trova l'Iberis semperflorens L., una brassicacea endemica delle rupi calcaree della Sicilia occidentale. Il Pignatti, autore di un'opera monumentale sulla flora d'Italia, che per evidenti ragioni di spazio è solitamente estremamente conciso e distaccato nella descrizione delle piante, per l'Iberis semperflorens si dilunga più del solito e nelle note scrive: “Questo gioiello della flora siciliana è accentrato in stazioni rupestri delle quali costituisce splendido ornamento”. Insieme all'Iberis si notano i cespugli emisferici dell'Euphorbia bivonae in piena vegetazione. I versanti settentrionali presentano anche un'importante  ricrescita del leccio e di altre essenze mediterranee all'ombra del rimboschimento forestale. Seguendo le creste si più arrivare a Cozzo Orecchiuta, ma il percorso è privo di sentiero.
Il Pizzo di Valle del Fico domina da nord la valle omonima che è la più evidente discontinuità nella catena di rilievi che dalla Pizzuta, m1333 a Monte Grifone m832 chiude a sud la Valle de Fiume Oreto. La Valle del Fico devia verso il fiume Oreto una minima parte delle acque che interessano l'ampio altopiano carsico che si estende tra le valli dei fiumi Eleuterio ed Oreto. Sulla sommità si apre anche l'ingresso di un pozzo carsico profondo circa 50 metri: U Cannacu di Valle del Fico.

Gorghi Tondi

I Gorghi Tondi, insieme al Lago Preola, sono invasi semipermanenti d'acqua dolce localizzati nei pressi di Mazara del Vallo in Sicilia, E' interessante la macchia mediterranea che cresce sulle sponde caratterizzata dalla quercia spinosa (Quercus calliprinos Webb) associata a Lentisco (Pistacia lentiscus L.) e Phillyrea latifolia L.. Il paesaggio agricolo tutto intorno è dominato dalla coltura della vite. Le rocce affioranti sono in prevalenza calcareniti giallo-brune del Pleistocene.

Monte Scorace

Bosco di Scorace
(Foto di Antonella Tomasino)

Il Monte Bosco m624 e il Monte Scorace, m642, sono i due punti quotati principali di un rilievo monoclinale (piega che presenta un solo fianco) in provincia di Trapani tra Bruca e Buseto Palizzolo. Il rilievo è costituito soprattutto da argille, arenarie quarzose e lenti di roccia calcarea dell'Eocene superiore e dell'Oligocene (circa trenta milioni di anni fa). Il versante meridionale, argilloso e inciso da numerosi solchi vallivi, conserva una delle più importanti aree verdi della provincia di Trapani: il Bosco di Scorace, toponimo con il quale si tende oggi ad indicare l'intero rilievo. Il bosco è un residuo discontinuo di vegetazione naturale termofila integrato da estesi rimboschimenti. Lo strato arboreo del bosco naturale è rappresentato soprattutto dalla quercia da sughero (Quercus suber L.), albero mediterraneo del ciclo delle querce sempreverdi la cui corteccia suberosa è il risultato di una strategia evolutiva per la resistenza al passaggio del fuoco. Il sottobosco luminoso è ricco di arbusti della macchia mediterranea e tra questi prevalgono le forme arbustive che hanno evoluto le migliori capacità di ricrescita dopo gli incendi: Calicotome villosa (Poir.) Link, Cytisus villosus Pourr., Phillyrea latifolia L., Cistus creticus L., Cistus salvifolius L., Daphne gnidium L., Pistacia lentiscus L., Erica arborea L. e Arbutus unedo L. Quest'ultimo è il corbezzolo, una ericacea sempreverde che presenta contemporaneamente i grappoli di fiori bianchi penduli e campanulati ed i caratteristici frutti eduli rosso aranciati. Coesiste con la vegetazione naturale un esteso rimboschimento di mirtacee, pinacee e cupressacee di uso forestale, soprattutto eucalipto (Eucalyptus camaldulensis Dehnh.) pino d'Aleppo (Pinus halepensis Mill.) e Cipresso (Cupressus sempervirens L.). In autunno il sottobosco si arricchisce di funghi tra cui, molto apprezzati, il porcino nero (Boletus aereus Bull.) e l'ovolo buono (Amanita caesarea (Scop.) Pers.) noto sin dall'antichità come “cibo degli dei”. Sempre in autunno contribuiscono ai colori del bosco le fioriture dei crochi (Crocus longiflorus Rafin.) e dei ciclamini autunnali (Cyclamen hederifolium Ait.) Il rilievo di Monte Scorace, per la sua morfologia arrotondata, consente piacevoli passeggiate su sterrate e sentieri di difficoltà turistica. Alcune aree alla base del rilievo sono predisposte dall'Azienda Foreste per la pratica del Pic Nic. Buona parte dell'area sommitale è coltivata a graminacee.

I calcari triassici di Pizzo Mondello (Monti Sicani)

Suddivisione dei Triassico (IUGS)

Molti sanno che sui Monti Sicani, a sud dell'abitato di Palazzo Adriano, affiorano due grandi blocchi di calcari bianchi a crinoidi del Permiano, risalenti a circa 280 milioni di anni fa. Meno conosciuti, ma altrettanto importanti per la storia naturale, sono i calcari pelagici con selce di Pizzo Mondello che si trovano a poca distanza dalla vallata che ospita le note rocce del Permiano. Questi calcari sono considerati la successione sedimentaria più idonea a diventare la sezione stratigrafica di riferimento a livello mondiale per rappresentare il limite tra i piani Carnico e Norico del Triassico superiore. Il limite Carnico-Norico è stato stabilito dall'IUGS a 216.5 milioni di anni fa. Un gruppo internazionale e interdisciplinare di ricercatori ha compiuto per questo scopo accurati studi della successione pelagica che affiora a Pizzo Mondello seguendo un progetto dal titolo: “Stratigrafia integrata del Triassico superiore: GSSP e sezioni ausiliarie in Italia”. L'IUGS è la Commissione Internazionale di Stratigrafia che ha per scopo principale l'istituzione della “Standard and Global Geologic Time Scale”, una scala di eventi stratigrafici destinati ad essere riferimento mondiale per gli studiosi del settore. La scala del tempo geologico si basa sulla definizione di unità cronostratigrafiche raccolte nella “Standard Global Chronostratigraphic Scale” (SGCS) e sull'assegnazione ad esse di una durata in termini di milioni di anni. Per la definizione formale di un'unità cronostratigrafica della SGCS si sceglie un evento specifico, detto marker event, che si verifica in un livello specifico di una specifica sezione stratigrafica. Il punto della sezione in cui si ritrova l'evento è detto GSSP (Global Stratotype Section and Point) dell'unità cronostratigrafica. Una sezione ideale per il GSSP è caratterizzata da facies (aspetto di una roccia in relazione all'ambiente di formazione) uniformi con abbondante contenuto paleontologico, riscontro di un segnale magnetico primario e possibilità di utilizzare una stratigrafia fisica. Le successioni ideali per l'istituzione dei GSSP sono quelle marine pelagiche perche hanno  estensione globale ed i marker events sono basati su fossili marini ad ampia distribuzione”. Vari specialisti studiano i campioni raccolti a distanza regolare lungo la successione sedimentaria, ciascuno per il proprio ambito di competenza e tutti i dati raccolti su Ammonoidea, Bivalvi pelagici, Conodonti, Palinomorfi, sulla magnetostratigrafia e sugli isotopi stabili, sono integrati in una tabella di distribuzione ad alta risoluzione. Questo schema sintetico costituisce la base per la scelta del marker event e degli additional marker events e per verificare la loro possibilità di correlazione (confronto con successioni sedimentarie coeve). Nel Triassico superiore i continenti sono ancora riuniti in Gondwana e Laurasia, in gran parte già separati dall'oceano Tetide (vedi figura in basso), e le rocce di Pizzo Mondello erano fondale marino profondo, in un contesto generale, europeo e nord-africano, dominato da condizioni di mare poco profondo e ad elevata salinità. Gli organismi marini che in quell'intervallo di tempo hanno lasciato testimonianze fossili significative dal punto di vista stratigrafico sono stati soprattutto ammonoidi, bivalvi pelagici e conodonti. Gli stessi sono oggi i principali gruppi sistematici di riferimento per la biostratigrafia del Triassico. La biostratigrafia è la scienza che si occupa di ordinare le successioni sedimentarie in base al loro contenuto paleontonogico. I bivalvi pelagici che caratterizzano il Triassico appartengono soprattutto ai generi Halobia e Daonella. La prima descrizione di Halobia in Sicilia è di G. Gemmellaro, che nel 1882 descrisse 12 specie. I Conodonti sono resti di vertebrati marini vissuti dal Cambriano superiore al Triassico superiore che sono stati preziosi per stabilire eventi biostratigrafici. Le Ammoniti sono un gruppo di Molluschi cefalopodi comparsi nel Devoniano inferiore, circa 400 milioni di anni fa, ed estintisi intorno al limite Cretaceo Superiore-Paleocene (65,5 ± 0,3 Ma). Per la loro diffusione nei sedimenti marini di tutto il mondo e la rapida evoluzione, le ammoniti sono eccellenti fossili guida utilizzati in stratigrafia per le rocce dal Paleozoico Superiore a tutto il Mesozoico. Le rocce di Pizzo Mondello sono state raggruppate dai geologi nella Formazione Scillato. L' affioramento a Pizzo Mondello si estende lungo la valle del Torrente Acque Bianche. (le immagini sono tratte da wikipedia). A questi collegamenti trovate fonti, ed approfondimenti: Approfondimento1 Approfodimento2
Biostratigrafia del Triassico basata sui bivalvi
Disposizione dei continenti nel Triassico

Rocca Busambra, Bosco della Ficuzza e Cappidderi, Marabito

Cresta ovest di Rocca Busambra
Ficuzza, frazione di Corleone, è un minuscolo centro abitato aggregatosi intorno alla casina di caccia voluta da Ferdinando III di Sicilia nel 1803. La Casina fu costruita a margine di un vasto bosco destinato a riserva reale di caccia. Tutta l'attività del borgo ha luogo intorno allo spiazzo antistante la cosiddetta "reggia". C'è il distaccamento della forestale, un bar, un bar-ristorante, la falegnameria, i magazzini e i garage della forestale, il centro recupero fauna selvatica. Da qui, posto tappa del Sentiero Italia, partono i sentieri per i firriati, i recinti che il re Borbone usava per i ripopolamenti faunistici a scopo venatorio, per l'Alpe Ramusa, per i laghetti Coda di Riccio del Vallone Rocca d'elice e per la sede della ex ferrovia a scartamento ridotto. Domina la frazione l'imponente parete nord della Rocca Busambra, m 1612, il rilievo isolato più alto della Sicilia occidentale il cui versante settentrionale è caratterizzato da pareti calcaree verticali della Formazione Inici - Lias inf, a tratti strapiombanti, alte circa 350 metri sul bosco. Il versante meridionale è molto ripido, ma non a strapiombo. Le vie d'accesso alla cima più usate dagli escursionisti sono due: da Piano della Tramontana ad est e dalla Ciacca di Bifarera ad ovest. Il piano della Tramontana è raggiungibile attraverso due vie poco distanti: la cosiddetta Scala Ciurinu un piccolo sentiero a serpentina nel bosco e la Scala Grandi,, un tempo una mulattiera comoda, oggi una sterrata forestale. In siciliano il toponimo scala o scaletta indica un sentiero che supera rapidamente un dislivello. Una volta raggiunto il Piano della Tramontana si prosegue parallelamente alla parete nord su sentiero a tratti poco evidente fino alla cima. La Ciacca di Bifarera (o sciacca) propriamente detta, è una profonda spaccatura beante parallela alla parete nord di Rocca Busambra, usata nel passato dalla mafia per fare sparire i cadaveri delle sue vittime. Con lo stesso nome comunemente si indica anche la valle tettonica, accessibile e percorsa da sentiero, che separa la parete di Busambra dalla Rocca Ramusa, m1286. Una volta raggiunta la sella tra Ramusa e Busambra, uno stretto sentiero assediato da macchia di rosacee spinose piega a sud a raggiungere le creste di Busambra. Da qui, per un percorso tra pascoli aridi e steppe, accidentato, sassoso e privo di sentiero evidente, si può raggiungere la vetta. L'ultimo tratto è estremamente ripido. La Rocca Ramusa è un torrione isolato nella parte occidentale di Busambra e del Bosco della Ficuzza, è difficilmente accessibile per i suoi versanti verticali e sub verticali, ma esiste un percorso agevole ad anello che ne compie il periplo. Nel piano inclinato sommitale crescono fitti e numerosi lecci che a causa dell'esiguità del suolo si mantengono arbustiformi o addirittura cespugliosi, da cui il nome dialettale di ramusa. Il nome ottocentesco, deducibile dalla cartografia borbonica, era Pizzuoccolo, tutt'ora usato dai pastori anziani. Poi è divenuto Pizzo della Campana e oggi Rocca Ramusa. Nei pressi della cima di Rocca Busambra, protetti all'interno di ampie fratture, crescono sparuti aceri. La parete nord è ombrosa ed umida e sulle sue cenge irraggiungibili si conserva flora rupestre endemica (endemico = il cui areale è limitato) tra cui l'Armeria gussonei. A nord delle pareti calcaree si sviluppa il Bosco della Ficuzza, uno dei più continui della Sicilia occidentale. Il toponimo medioevale che designava l'intera divisa amministrativa era Bufarera, parola rimasta nel dialetto siciliano ad indicare una varietà di fichi. Il nome busambra è di origine araba e significa oscuro, toponimo che tradotto in nigrum e poi nivuru in siciliano è rimasto ad indicare il rilievo boscoso di m 1112 alla base della parete nord nei pressi della Ciacca di Bifarera. All'estremo ovest del rilievo è il Pizzo Nicolosi m 937, raggiungibile facilmente dalla SS118 per Corleone, sul cui altopiano è facile rinvenire ceramica e ruderi di un insediamento medioevale. A nord di Pizzo Nicolosi si trovano le sorgenti del Fiume Frattina o Belice Sinistro. Sono sorgenti perenni e nonostante un disastroso intervento per captarne le acque, esiste ancora un ambiente straordinario in cui, in una successione di pozze fluviali e marmitte, vivono granchi, pesci, natrici, tartarughe palustri e una lussureggiante vegetazione ripariale ed acquatica.
Dal borgo di Ficuzza parte un sentiero per la Fonte Ramusa da cui è facile proseguire per Pizzo Nero, il punto boscoso di quota m 1112, oppure per la Ciacca di Bifarera. Dal Piano Pilato, altopiano ad ovest di Rocca Busambra, si può proseguire vrso occidente, su sterrata e poi sentiero, fino a Pizzo Nicolosi. Il rilievo di Busambra, ad oriente della cima, continua con una dorsale arrotondata e erbosa con quote intorno ai 1200 metri. A chiudere ad est il Piano di Tramontana è la Portella del Vento m 1120, caratterizzata da affioramenti di calcari pelagici del Cretaceo di colore bianco e rosso. Dalla portella seguono, procedendo verso oriente, il Pizzo di Casa m 1211 e il Pizzo Marabito m 1178, nel territorio di Mezzojuso. Il rilievo poi, si stempera con il morbido (argilloso) Pizzo di Mezzaluna m932, nelle Campagne di Campofelice di Fitalia. Il territorio intorno al Pizzo di Casa è conosciuto dai locali come Marabito, toponimo derivato dal termine arabo murabit che significa: “colui che predica l'Islam nella via”. Il termine è anche entrato nel dialetto siciliano: murabitu, nel significato di morigerato. Il Pizzo di Casa ed il Pizzo Marabito sono rilievi di compatti calcari dolomitizzati del Triassico superiore (Norico-Retico) sormontati da formazioni pelagiche giurassiche e cretaciche alcune delle quali presentano spettacolari pieghe tettoniche. I rilievi sono circondati da pascoli montani, dalla parte orientale del bosco di Bifarera e dal castagneto di Mezzojuso.
Pizzo di Casa, Calcilutiti stratificate e piegate
Formazione Amerillo Creta sup.-Eocene
A nord del Pizzo di Casa si estende la Valle Cerasa, luogo che oltre a conservare tracce di una fiorente attività rurale, con mulini, recinti e casali diruti, offre elementi di eccezionale naturalità, mosaico di boschi, radure e anfratti di roccia arenaria frequentato da fauna rara ed esigente. La parte del bosco che si sviluppa a nord del Piano di Tramontana e del Pizzo di Casa offre un paesaggio particolarmente suggestivo. Valli e colline sono infatti accidentate da creste aguzze di arenaria parallele tra loro ed emergenti dal bosco. Pizzo Morabito è luogo di leggende che riguardano tesori (truvature) argutamente custoditi da demoni all'interno di grotte rese invisibili o inaccessibili con la magia. Le leggende prendono probabilmente spunto dai resti sul posto di un piccolo insediamento medioevale abbandonato. Il Bosco della Ficuzza, cresce su rilievi arcosici (arenaria con quarzo ed altri minerali) coperti di bosco più o meno fitto, con ampie radure ed arbusteti che si estendono a nord delle pareti carbonatiche di Rocca Busambra. Punti notevoli del bosco sono il Pulpito del re m864, il Pizzo Castrateria m927 e il Cozzo Fanuso m1069. il bosco è un querceto misto termofilo a predominanza di querce caducifoglie accompagnate da lecci e sughere e rimboschimenti di pino e orniello. Il Pulpito del re è un trono scolpito sulla roccia arenaria che il re borbone Ferdinando IV usava per cacciare stando seduto aspettando che i battitori facessero arrivare a lui gli animali. I laghetti Coda di riccio sono due invasi artificiali realizzati sbarrando il Torrente Rocca d'Elice. Intorno ai laghetti si è sviluppata una interessante vegetazione ripariale di Tipha. Vi trovano rifugio le tartarughe palustri, numerosi anfibi e uccelli: ardeidi, anatidi, podicipedidi ecc. Il Bosco dei Cappidderi è la porzione di bosco più settentrionale, arriva fino alle campagne di Marineo. Oggi è noto con il nome italianizzato di “Bosco del Cappelliere”, ma ancora in letteratura scientifica ottocentesca il nome d'uso è quello siciliano. L'origine del nome è incerto. Nel dialetto siciliano, il termine “cappidderi” compare tra i sinonimi del termine “attaccabarracchi" insieme a “liticusu” e “sciarrinu”. Traducibilie quindi come “attaccabrighe, litigioso”. se inteso come aggettivo, Cappidderi potrebbe essere diventato il nome di un'area boschiva per qualche suo aspetto ostico oppure per la litigiosità dei suoi frequentatori. Un'altra ipotesi, forse più improbabile delle due precedenti è che il nome derivi dai cespugli di Marruca, il Paliurus spina-christi Mill., arbusto spinoso appartenente alla famiglia delle Rhamnaceae, che produce un caratteristico frutto a forma di cappellino. Chissà che non siano proprio loro i “cappiddari”, “cappellai” e “cappellieri” del bosco. Michele Amari, l'autore della “Storia dei Musulmani di Sicilia” in “l'Italia descritta” ritiene che il Bosco del Cappidderi corrisponda al Monte Zurarah di cui riferisce il geografo arabo Idrisi nella sua un famosa opera: “per il sollazzo di chi si diletta di girare il mondo“. Idrisi indica il Monte Zurarah come luogo delle sorgenti del Torrente Amendola, che prende a scorrere proprio nei dintorni di Godrano.
Cresta di Busambra Sopra Pizzo Nero
L'aspetto attuale del bosco è il risultato della interazione permanente tra fattori ambientali e disturbi antropici. In condizioni naturali avremmo una prevalente copertura boschiva di sughera (Quercus suber), leccio (Quercus ilex), querce caducifoglie del ciclo della roverella (Quercus pubescens s.l.), e cerro (Quercus cerris e Q. gussonei). In realtà il pascolo e il taglio periodico mantengono piuttosto rado lo strato arboreo e la luce favorisce lo sviluppo di leguminose e rosacee spinose (ecc.) piante che bene affrontano il morso degli erbivori pascolanti. I cespuglieti sono caratterizzati quindi dai generi Calicotome, Pyrus, Prunus, Spartium, Erica e Rosa. Il grande numero di animali pascolanti favorisce le piante nitrofile come le Asteraceae spinose dei generi Sylibum, Carduus e Cirsium e le Liliaceae Asphodelus e Asphodeline. I rimboschimenti operati a partire dagli anni cinquanta hanno sostituito parte delle essenze arboree spontanee con pini (Pinus pinea e Pinus halepensis), eucalipti (soprattutto Eucaliptus camaldulensis), frassini (Fraxinus hornus e F. excelsa), e castagni (Castanea sativa). Altre specie aboree che si incontrano spesso sono l'acero (Acer campestris), il perastro, il melo selvatico, il nespolo d’inverno (Mespilus germanica). Costituiscono sottobosco invece il biancospino (Crataegus sp.), il pungitopo, il Citisus, il ciclamino, la vitalba, l'asparago, il caprifoglio, ecc. Nelle zone umide si incontrano salici, saliconi, pioppi, olmi, fichi, sambuco, equiseto, canne e tifa. Gli invasi d'acqua, ospitano ranuncoli acquatici (Ranunculus spp) e Potamogeton. Il paesaggio è di alte colline boscose, radure erbose e rocce di arenaria. L'arenaria che si incontra tende localmente a conglomerato o grovacca, con i tipici granuli centimetrici di quarzo amorfo, biancastri. Le rocce si presentano spesso suggestivamente modellate dal vento con i caratteristici tafòni, forme incave rotondeggianti dovute all'erosione eolica. Il colore di queste rocce va dal giallo chiaro al marrone scuro, nella tipica colorazione della ruggine dovuta alla presenza, in questi sedimenti, di ossidi di ferro. Sono rocce oligoceniche (depositatesi 34-23 milioni di anni fa) risultato dello smantellamento e rideposizione di antiche rocce ignee. Il paesaggio accidentato e le quote tra i 500 e gli 850 metri costituiscono insieme la vera ragione che ha salvato il bosco ancor prima che divenisse riserva reale di caccia di Ferdinando IV di Borbone. Mentre tutto intorno le morbide colline argillose venivano via via disboscate e coltivate questi rilievi arenacei, inidonei all'agricoltura, furono piuttosto destinati alla produzione di legna e selvaggina. Il bosco dei Cappidderi è inciso dal Vallone Arcera, un torrente che scorre verso nord e separa i rilievi che caratterizzano questa parte del bosco: Torre del bosco m957 e Cozzo Mirìo m705 ad oriente Cozzo Lupo e Cipuddazzu m732 ad occidente. Il Vallone Arcera, ospita alcune specie di felce tra cui l'Osmunda regalis, che a volte presenta un vero e proprio fusto basale, e la Phyllitis scolopendrium o felce a lingua. Entrambe prediligono costanza di umidità, ma la P. scolopendrium cresce nei luoghi più bui e umidi del vallone. Per quanto riguarda l'avifauna rapace è possibile avvistare l’aquila reale, l’aquila del Bonelli, il nibbio bruno e il nibbio reale, il falco lanario (presente solo in Sicilia con 100 coppie), il falco pellegrino, il falco grillaio. Molto raro ed episodico il piccolo avvoltoio migratore capovaccaio (Neophron percnopterus). Fra gli uccelli di bosco oltre a scriccioli, cinciallegre, cinciarelle, pettirossi, merli, cardellini, rampichini, capinere, tortore e colombacci, sono presenti la ghiandaia, il picchio rosso maggiore, il picchio muratore, lo storno nero e la coturnice nella forma endemica “whitakeri”. D’inverno ci sono anche fringuelli, pispole e beccacce. Fra i mammiferi predatori ricordiamo la martora, il gatto selvatico, l’istrice, la volpe e la donnola; fra gli insettivori il riccio. Per completezza citiamo anche gli altri mammiferi: il coniglio selvatico, il ghiro e il topo quercino, detto in dialetto siciliano “surci giacaluni”.
Ciacca di Bifarera
Fra i rettili abbiamo la tartaruga palustre al Gorgo Lungo e nei Laghetti Coda di Riccio, la lucertola campestre e la lucertola siciliana, il ramarro, il gongilo, il biacco, il colubro liscio e la vipera; mentre fra gli anfibi è presente, il discoglosso, la raganella, il rospo smeraldino ed il rospo comune. Quest'ultimo è frequente vittima delle auto in transito sulla statale 113 nel tratto lungo il Lago Scanzano, l'invaso artificiale adiacente al bosco. Gli entomologi hanno qui istituito alcune specie di insetti, come il Megathous ficuzzensis, un Elateridae. In questo bosco è stato ucciso, nel 1935, uno degli ultimi lupi della Sicilia. ...periodicamente i battitori si spargevano per tutto il bosco a battere cucchiai di legno su vecchie pentole e padelle. A cavallo e a piedi altri uomini con la lupara compivano strage dei lupi. C’era un premio in denaro per chi portasse in piazza i corpi di questi animali sociali, rei di condividere con l’uomo alcune risorse alimentari...
Frammenti della carta AAPIT Palermo 2002