Pizzo di Valle del Fico

Meta classica dell'escursionismo invernale palermitano, il Pizzo di Valle del Fico è un rilievo calcareo alto 788 metri, la cui sommità è un'ampia sella erbosa scarsamente alberata ed estremamente panoramica: una terrazza su Palermo e la Conca d'Oro. Le rocce della sommità conservano una ricca flora rupestre tra cui, in piena fioritura invernale, si trova l'Iberis semperflorens L., una brassicacea endemica delle rupi calcaree della Sicilia occidentale. Il Pignatti, autore di un'opera monumentale sulla flora d'Italia, che per evidenti ragioni di spazio è solitamente estremamente conciso e distaccato nella descrizione delle piante, per l'Iberis semperflorens si dilunga più del solito e nelle note scrive: “Questo gioiello della flora siciliana è accentrato in stazioni rupestri delle quali costituisce splendido ornamento”. Insieme all'Iberis si notano i cespugli emisferici dell'Euphorbia bivonae in piena vegetazione. I versanti settentrionali presentano anche un'importante  ricrescita del leccio e di altre essenze mediterranee all'ombra del rimboschimento forestale. Seguendo le creste si più arrivare a Cozzo Orecchiuta, ma il percorso è privo di sentiero.
Il Pizzo di Valle del Fico domina da nord la valle omonima che è la più evidente discontinuità nella catena di rilievi che dalla Pizzuta, m1333 a Monte Grifone m832 chiude a sud la Valle de Fiume Oreto. La Valle del Fico devia verso il fiume Oreto una minima parte delle acque che interessano l'ampio altopiano carsico che si estende tra le valli dei fiumi Eleuterio ed Oreto. Sulla sommità si apre anche l'ingresso di un pozzo carsico profondo circa 50 metri: U Cannacu di Valle del Fico.

Gorghi Tondi

I Gorghi Tondi, insieme al Lago Preola, sono invasi semipermanenti d'acqua dolce localizzati nei pressi di Mazara del Vallo in Sicilia, E' interessante la macchia mediterranea che cresce sulle sponde caratterizzata dalla quercia spinosa (Quercus calliprinos Webb) associata a Lentisco (Pistacia lentiscus L.) e Phillyrea latifolia L.. Il paesaggio agricolo tutto intorno è dominato dalla coltura della vite. Le rocce affioranti sono in prevalenza calcareniti giallo-brune del Pleistocene.

Monte Scorace

Bosco di Scorace
(Foto di Antonella Tomasino)

Il Monte Bosco m624 e il Monte Scorace, m642, sono i due punti quotati principali di un rilievo monoclinale (piega che presenta un solo fianco) in provincia di Trapani tra Bruca e Buseto Palizzolo. Il rilievo è costituito soprattutto da argille, arenarie quarzose e lenti di roccia calcarea dell'Eocene superiore e dell'Oligocene (circa trenta milioni di anni fa). Il versante meridionale, argilloso e inciso da numerosi solchi vallivi, conserva una delle più importanti aree verdi della provincia di Trapani: il Bosco di Scorace, toponimo con il quale si tende oggi ad indicare l'intero rilievo. Il bosco è un residuo discontinuo di vegetazione naturale termofila integrato da estesi rimboschimenti. Lo strato arboreo del bosco naturale è rappresentato soprattutto dalla quercia da sughero (Quercus suber L.), albero mediterraneo del ciclo delle querce sempreverdi la cui corteccia suberosa è il risultato di una strategia evolutiva per la resistenza al passaggio del fuoco. Il sottobosco luminoso è ricco di arbusti della macchia mediterranea e tra questi prevalgono le forme arbustive che hanno evoluto le migliori capacità di ricrescita dopo gli incendi: Calicotome villosa (Poir.) Link, Cytisus villosus Pourr., Phillyrea latifolia L., Cistus creticus L., Cistus salvifolius L., Daphne gnidium L., Pistacia lentiscus L., Erica arborea L. e Arbutus unedo L. Quest'ultimo è il corbezzolo, una ericacea sempreverde che presenta contemporaneamente i grappoli di fiori bianchi penduli e campanulati ed i caratteristici frutti eduli rosso aranciati. Coesiste con la vegetazione naturale un esteso rimboschimento di mirtacee, pinacee e cupressacee di uso forestale, soprattutto eucalipto (Eucalyptus camaldulensis Dehnh.) pino d'Aleppo (Pinus halepensis Mill.) e Cipresso (Cupressus sempervirens L.). In autunno il sottobosco si arricchisce di funghi tra cui, molto apprezzati, il porcino nero (Boletus aereus Bull.) e l'ovolo buono (Amanita caesarea (Scop.) Pers.) noto sin dall'antichità come “cibo degli dei”. Sempre in autunno contribuiscono ai colori del bosco le fioriture dei crochi (Crocus longiflorus Rafin.) e dei ciclamini autunnali (Cyclamen hederifolium Ait.) Il rilievo di Monte Scorace, per la sua morfologia arrotondata, consente piacevoli passeggiate su sterrate e sentieri di difficoltà turistica. Alcune aree alla base del rilievo sono predisposte dall'Azienda Foreste per la pratica del Pic Nic. Buona parte dell'area sommitale è coltivata a graminacee.

I calcari triassici di Pizzo Mondello (Monti Sicani)

Suddivisione dei Triassico (IUGS)

Molti sanno che sui Monti Sicani, a sud dell'abitato di Palazzo Adriano, affiorano due grandi blocchi di calcari bianchi a crinoidi del Permiano, risalenti a circa 280 milioni di anni fa. Meno conosciuti, ma altrettanto importanti per la storia naturale, sono i calcari pelagici con selce di Pizzo Mondello che si trovano a poca distanza dalla vallata che ospita le note rocce del Permiano. Questi calcari sono considerati la successione sedimentaria più idonea a diventare la sezione stratigrafica di riferimento a livello mondiale per rappresentare il limite tra i piani Carnico e Norico del Triassico superiore. Il limite Carnico-Norico è stato stabilito dall'IUGS a 216.5 milioni di anni fa. Un gruppo internazionale e interdisciplinare di ricercatori ha compiuto per questo scopo accurati studi della successione pelagica che affiora a Pizzo Mondello seguendo un progetto dal titolo: “Stratigrafia integrata del Triassico superiore: GSSP e sezioni ausiliarie in Italia”. L'IUGS è la Commissione Internazionale di Stratigrafia che ha per scopo principale l'istituzione della “Standard and Global Geologic Time Scale”, una scala di eventi stratigrafici destinati ad essere riferimento mondiale per gli studiosi del settore. La scala del tempo geologico si basa sulla definizione di unità cronostratigrafiche raccolte nella “Standard Global Chronostratigraphic Scale” (SGCS) e sull'assegnazione ad esse di una durata in termini di milioni di anni. Per la definizione formale di un'unità cronostratigrafica della SGCS si sceglie un evento specifico, detto marker event, che si verifica in un livello specifico di una specifica sezione stratigrafica. Il punto della sezione in cui si ritrova l'evento è detto GSSP (Global Stratotype Section and Point) dell'unità cronostratigrafica. Una sezione ideale per il GSSP è caratterizzata da facies (aspetto di una roccia in relazione all'ambiente di formazione) uniformi con abbondante contenuto paleontologico, riscontro di un segnale magnetico primario e possibilità di utilizzare una stratigrafia fisica. Le successioni ideali per l'istituzione dei GSSP sono quelle marine pelagiche perche hanno  estensione globale ed i marker events sono basati su fossili marini ad ampia distribuzione”. Vari specialisti studiano i campioni raccolti a distanza regolare lungo la successione sedimentaria, ciascuno per il proprio ambito di competenza e tutti i dati raccolti su Ammonoidea, Bivalvi pelagici, Conodonti, Palinomorfi, sulla magnetostratigrafia e sugli isotopi stabili, sono integrati in una tabella di distribuzione ad alta risoluzione. Questo schema sintetico costituisce la base per la scelta del marker event e degli additional marker events e per verificare la loro possibilità di correlazione (confronto con successioni sedimentarie coeve). Nel Triassico superiore i continenti sono ancora riuniti in Gondwana e Laurasia, in gran parte già separati dall'oceano Tetide (vedi figura in basso), e le rocce di Pizzo Mondello erano fondale marino profondo, in un contesto generale, europeo e nord-africano, dominato da condizioni di mare poco profondo e ad elevata salinità. Gli organismi marini che in quell'intervallo di tempo hanno lasciato testimonianze fossili significative dal punto di vista stratigrafico sono stati soprattutto ammonoidi, bivalvi pelagici e conodonti. Gli stessi sono oggi i principali gruppi sistematici di riferimento per la biostratigrafia del Triassico. La biostratigrafia è la scienza che si occupa di ordinare le successioni sedimentarie in base al loro contenuto paleontonogico. I bivalvi pelagici che caratterizzano il Triassico appartengono soprattutto ai generi Halobia e Daonella. La prima descrizione di Halobia in Sicilia è di G. Gemmellaro, che nel 1882 descrisse 12 specie. I Conodonti sono resti di vertebrati marini vissuti dal Cambriano superiore al Triassico superiore che sono stati preziosi per stabilire eventi biostratigrafici. Le Ammoniti sono un gruppo di Molluschi cefalopodi comparsi nel Devoniano inferiore, circa 400 milioni di anni fa, ed estintisi intorno al limite Cretaceo Superiore-Paleocene (65,5 ± 0,3 Ma). Per la loro diffusione nei sedimenti marini di tutto il mondo e la rapida evoluzione, le ammoniti sono eccellenti fossili guida utilizzati in stratigrafia per le rocce dal Paleozoico Superiore a tutto il Mesozoico. Le rocce di Pizzo Mondello sono state raggruppate dai geologi nella Formazione Scillato. L' affioramento a Pizzo Mondello si estende lungo la valle del Torrente Acque Bianche. (le immagini sono tratte da wikipedia). A questi collegamenti trovate fonti, ed approfondimenti: Approfondimento1 Approfodimento2
Biostratigrafia del Triassico basata sui bivalvi
Disposizione dei continenti nel Triassico

Rocca Busambra, Bosco della Ficuzza e Cappidderi, Marabito

Cresta ovest di Rocca Busambra
Ficuzza, frazione di Corleone, è un minuscolo centro abitato aggregatosi intorno alla casina di caccia voluta da Ferdinando III di Sicilia nel 1803. La Casina fu costruita a margine di un vasto bosco destinato a riserva reale di caccia. Tutta l'attività del borgo ha luogo intorno allo spiazzo antistante la cosiddetta "reggia". C'è il distaccamento della forestale, un bar, un bar-ristorante, la falegnameria, i magazzini e i garage della forestale, il centro recupero fauna selvatica. Da qui, posto tappa del Sentiero Italia, partono i sentieri per i firriati, i recinti che il re Borbone usava per i ripopolamenti faunistici a scopo venatorio, per l'Alpe Ramusa, per i laghetti Coda di Riccio del Vallone Rocca d'elice e per la sede della ex ferrovia a scartamento ridotto. Domina la frazione l'imponente parete nord della Rocca Busambra, m 1612, il rilievo isolato più alto della Sicilia occidentale il cui versante settentrionale è caratterizzato da pareti calcaree verticali della Formazione Inici - Lias inf, a tratti strapiombanti, alte circa 350 metri sul bosco. Il versante meridionale è molto ripido, ma non a strapiombo. Le vie d'accesso alla cima più usate dagli escursionisti sono due: da Piano della Tramontana ad est e dalla Ciacca di Bifarera ad ovest. Il piano della Tramontana è raggiungibile attraverso due vie poco distanti: la cosiddetta Scala Ciurinu un piccolo sentiero a serpentina nel bosco e la Scala Grandi,, un tempo una mulattiera comoda, oggi una sterrata forestale. In siciliano il toponimo scala o scaletta indica un sentiero che supera rapidamente un dislivello. Una volta raggiunto il Piano della Tramontana si prosegue parallelamente alla parete nord su sentiero a tratti poco evidente fino alla cima. La Ciacca di Bifarera (o sciacca) propriamente detta, è una profonda spaccatura beante parallela alla parete nord di Rocca Busambra, usata nel passato dalla mafia per fare sparire i cadaveri delle sue vittime. Con lo stesso nome comunemente si indica anche la valle tettonica, accessibile e percorsa da sentiero, che separa la parete di Busambra dalla Rocca Ramusa, m1286. Una volta raggiunta la sella tra Ramusa e Busambra, uno stretto sentiero assediato da macchia di rosacee spinose piega a sud a raggiungere le creste di Busambra. Da qui, per un percorso tra pascoli aridi e steppe, accidentato, sassoso e privo di sentiero evidente, si può raggiungere la vetta. L'ultimo tratto è estremamente ripido. La Rocca Ramusa è un torrione isolato nella parte occidentale di Busambra e del Bosco della Ficuzza, è difficilmente accessibile per i suoi versanti verticali e sub verticali, ma esiste un percorso agevole ad anello che ne compie il periplo. Nel piano inclinato sommitale crescono fitti e numerosi lecci che a causa dell'esiguità del suolo si mantengono arbustiformi o addirittura cespugliosi, da cui il nome dialettale di ramusa. Il nome ottocentesco, deducibile dalla cartografia borbonica, era Pizzuoccolo, tutt'ora usato dai pastori anziani. Poi è divenuto Pizzo della Campana e oggi Rocca Ramusa. Nei pressi della cima di Rocca Busambra, protetti all'interno di ampie fratture, crescono sparuti aceri. La parete nord è ombrosa ed umida e sulle sue cenge irraggiungibili si conserva flora rupestre endemica (endemico = il cui areale è limitato) tra cui l'Armeria gussonei. A nord delle pareti calcaree si sviluppa il Bosco della Ficuzza, uno dei più continui della Sicilia occidentale. Il toponimo medioevale che designava l'intera divisa amministrativa era Bufarera, parola rimasta nel dialetto siciliano ad indicare una varietà di fichi. Il nome busambra è di origine araba e significa oscuro, toponimo che tradotto in nigrum e poi nivuru in siciliano è rimasto ad indicare il rilievo boscoso di m 1112 alla base della parete nord nei pressi della Ciacca di Bifarera. All'estremo ovest del rilievo è il Pizzo Nicolosi m 937, raggiungibile facilmente dalla SS118 per Corleone, sul cui altopiano è facile rinvenire ceramica e ruderi di un insediamento medioevale. A nord di Pizzo Nicolosi si trovano le sorgenti del Fiume Frattina o Belice Sinistro. Sono sorgenti perenni e nonostante un disastroso intervento per captarne le acque, esiste ancora un ambiente straordinario in cui, in una successione di pozze fluviali e marmitte, vivono granchi, pesci, natrici, tartarughe palustri e una lussureggiante vegetazione ripariale ed acquatica.
Dal borgo di Ficuzza parte un sentiero per la Fonte Ramusa da cui è facile proseguire per Pizzo Nero, il punto boscoso di quota m 1112, oppure per la Ciacca di Bifarera. Dal Piano Pilato, altopiano ad ovest di Rocca Busambra, si può proseguire vrso occidente, su sterrata e poi sentiero, fino a Pizzo Nicolosi. Il rilievo di Busambra, ad oriente della cima, continua con una dorsale arrotondata e erbosa con quote intorno ai 1200 metri. A chiudere ad est il Piano di Tramontana è la Portella del Vento m 1120, caratterizzata da affioramenti di calcari pelagici del Cretaceo di colore bianco e rosso. Dalla portella seguono, procedendo verso oriente, il Pizzo di Casa m 1211 e il Pizzo Marabito m 1178, nel territorio di Mezzojuso. Il rilievo poi, si stempera con il morbido (argilloso) Pizzo di Mezzaluna m932, nelle Campagne di Campofelice di Fitalia. Il territorio intorno al Pizzo di Casa è conosciuto dai locali come Marabito, toponimo derivato dal termine arabo murabit che significa: “colui che predica l'Islam nella via”. Il termine è anche entrato nel dialetto siciliano: murabitu, nel significato di morigerato. Il Pizzo di Casa ed il Pizzo Marabito sono rilievi di compatti calcari dolomitizzati del Triassico superiore (Norico-Retico) sormontati da formazioni pelagiche giurassiche e cretaciche alcune delle quali presentano spettacolari pieghe tettoniche. I rilievi sono circondati da pascoli montani, dalla parte orientale del bosco di Bifarera e dal castagneto di Mezzojuso.
Pizzo di Casa, Calcilutiti stratificate e piegate
Formazione Amerillo Creta sup.-Eocene
A nord del Pizzo di Casa si estende la Valle Cerasa, luogo che oltre a conservare tracce di una fiorente attività rurale, con mulini, recinti e casali diruti, offre elementi di eccezionale naturalità, mosaico di boschi, radure e anfratti di roccia arenaria frequentato da fauna rara ed esigente. La parte del bosco che si sviluppa a nord del Piano di Tramontana e del Pizzo di Casa offre un paesaggio particolarmente suggestivo. Valli e colline sono infatti accidentate da creste aguzze di arenaria parallele tra loro ed emergenti dal bosco. Pizzo Morabito è luogo di leggende che riguardano tesori (truvature) argutamente custoditi da demoni all'interno di grotte rese invisibili o inaccessibili con la magia. Le leggende prendono probabilmente spunto dai resti sul posto di un piccolo insediamento medioevale abbandonato. Il Bosco della Ficuzza, cresce su rilievi arcosici (arenaria con quarzo ed altri minerali) coperti di bosco più o meno fitto, con ampie radure ed arbusteti che si estendono a nord delle pareti carbonatiche di Rocca Busambra. Punti notevoli del bosco sono il Pulpito del re m864, il Pizzo Castrateria m927 e il Cozzo Fanuso m1069. il bosco è un querceto misto termofilo a predominanza di querce caducifoglie accompagnate da lecci e sughere e rimboschimenti di pino e orniello. Il Pulpito del re è un trono scolpito sulla roccia arenaria che il re borbone Ferdinando IV usava per cacciare stando seduto aspettando che i battitori facessero arrivare a lui gli animali. I laghetti Coda di riccio sono due invasi artificiali realizzati sbarrando il Torrente Rocca d'Elice. Intorno ai laghetti si è sviluppata una interessante vegetazione ripariale di Tipha. Vi trovano rifugio le tartarughe palustri, numerosi anfibi e uccelli: ardeidi, anatidi, podicipedidi ecc. Il Bosco dei Cappidderi è la porzione di bosco più settentrionale, arriva fino alle campagne di Marineo. Oggi è noto con il nome italianizzato di “Bosco del Cappelliere”, ma ancora in letteratura scientifica ottocentesca il nome d'uso è quello siciliano. L'origine del nome è incerto. Nel dialetto siciliano, il termine “cappidderi” compare tra i sinonimi del termine “attaccabarracchi" insieme a “liticusu” e “sciarrinu”. Traducibilie quindi come “attaccabrighe, litigioso”. se inteso come aggettivo, Cappidderi potrebbe essere diventato il nome di un'area boschiva per qualche suo aspetto ostico oppure per la litigiosità dei suoi frequentatori. Un'altra ipotesi, forse più improbabile delle due precedenti è che il nome derivi dai cespugli di Marruca, il Paliurus spina-christi Mill., arbusto spinoso appartenente alla famiglia delle Rhamnaceae, che produce un caratteristico frutto a forma di cappellino. Chissà che non siano proprio loro i “cappiddari”, “cappellai” e “cappellieri” del bosco. Michele Amari, l'autore della “Storia dei Musulmani di Sicilia” in “l'Italia descritta” ritiene che il Bosco del Cappidderi corrisponda al Monte Zurarah di cui riferisce il geografo arabo Idrisi nella sua un famosa opera: “per il sollazzo di chi si diletta di girare il mondo“. Idrisi indica il Monte Zurarah come luogo delle sorgenti del Torrente Amendola, che prende a scorrere proprio nei dintorni di Godrano.
Cresta di Busambra Sopra Pizzo Nero
L'aspetto attuale del bosco è il risultato della interazione permanente tra fattori ambientali e disturbi antropici. In condizioni naturali avremmo una prevalente copertura boschiva di sughera (Quercus suber), leccio (Quercus ilex), querce caducifoglie del ciclo della roverella (Quercus pubescens s.l.), e cerro (Quercus cerris e Q. gussonei). In realtà il pascolo e il taglio periodico mantengono piuttosto rado lo strato arboreo e la luce favorisce lo sviluppo di leguminose e rosacee spinose (ecc.) piante che bene affrontano il morso degli erbivori pascolanti. I cespuglieti sono caratterizzati quindi dai generi Calicotome, Pyrus, Prunus, Spartium, Erica e Rosa. Il grande numero di animali pascolanti favorisce le piante nitrofile come le Asteraceae spinose dei generi Sylibum, Carduus e Cirsium e le Liliaceae Asphodelus e Asphodeline. I rimboschimenti operati a partire dagli anni cinquanta hanno sostituito parte delle essenze arboree spontanee con pini (Pinus pinea e Pinus halepensis), eucalipti (soprattutto Eucaliptus camaldulensis), frassini (Fraxinus hornus e F. excelsa), e castagni (Castanea sativa). Altre specie aboree che si incontrano spesso sono l'acero (Acer campestris), il perastro, il melo selvatico, il nespolo d’inverno (Mespilus germanica). Costituiscono sottobosco invece il biancospino (Crataegus sp.), il pungitopo, il Citisus, il ciclamino, la vitalba, l'asparago, il caprifoglio, ecc. Nelle zone umide si incontrano salici, saliconi, pioppi, olmi, fichi, sambuco, equiseto, canne e tifa. Gli invasi d'acqua, ospitano ranuncoli acquatici (Ranunculus spp) e Potamogeton. Il paesaggio è di alte colline boscose, radure erbose e rocce di arenaria. L'arenaria che si incontra tende localmente a conglomerato o grovacca, con i tipici granuli centimetrici di quarzo amorfo, biancastri. Le rocce si presentano spesso suggestivamente modellate dal vento con i caratteristici tafòni, forme incave rotondeggianti dovute all'erosione eolica. Il colore di queste rocce va dal giallo chiaro al marrone scuro, nella tipica colorazione della ruggine dovuta alla presenza, in questi sedimenti, di ossidi di ferro. Sono rocce oligoceniche (depositatesi 34-23 milioni di anni fa) risultato dello smantellamento e rideposizione di antiche rocce ignee. Il paesaggio accidentato e le quote tra i 500 e gli 850 metri costituiscono insieme la vera ragione che ha salvato il bosco ancor prima che divenisse riserva reale di caccia di Ferdinando IV di Borbone. Mentre tutto intorno le morbide colline argillose venivano via via disboscate e coltivate questi rilievi arenacei, inidonei all'agricoltura, furono piuttosto destinati alla produzione di legna e selvaggina. Il bosco dei Cappidderi è inciso dal Vallone Arcera, un torrente che scorre verso nord e separa i rilievi che caratterizzano questa parte del bosco: Torre del bosco m957 e Cozzo Mirìo m705 ad oriente Cozzo Lupo e Cipuddazzu m732 ad occidente. Il Vallone Arcera, ospita alcune specie di felce tra cui l'Osmunda regalis, che a volte presenta un vero e proprio fusto basale, e la Phyllitis scolopendrium o felce a lingua. Entrambe prediligono costanza di umidità, ma la P. scolopendrium cresce nei luoghi più bui e umidi del vallone. Per quanto riguarda l'avifauna rapace è possibile avvistare l’aquila reale, l’aquila del Bonelli, il nibbio bruno e il nibbio reale, il falco lanario (presente solo in Sicilia con 100 coppie), il falco pellegrino, il falco grillaio. Molto raro ed episodico il piccolo avvoltoio migratore capovaccaio (Neophron percnopterus). Fra gli uccelli di bosco oltre a scriccioli, cinciallegre, cinciarelle, pettirossi, merli, cardellini, rampichini, capinere, tortore e colombacci, sono presenti la ghiandaia, il picchio rosso maggiore, il picchio muratore, lo storno nero e la coturnice nella forma endemica “whitakeri”. D’inverno ci sono anche fringuelli, pispole e beccacce. Fra i mammiferi predatori ricordiamo la martora, il gatto selvatico, l’istrice, la volpe e la donnola; fra gli insettivori il riccio. Per completezza citiamo anche gli altri mammiferi: il coniglio selvatico, il ghiro e il topo quercino, detto in dialetto siciliano “surci giacaluni”.
Ciacca di Bifarera
Fra i rettili abbiamo la tartaruga palustre al Gorgo Lungo e nei Laghetti Coda di Riccio, la lucertola campestre e la lucertola siciliana, il ramarro, il gongilo, il biacco, il colubro liscio e la vipera; mentre fra gli anfibi è presente, il discoglosso, la raganella, il rospo smeraldino ed il rospo comune. Quest'ultimo è frequente vittima delle auto in transito sulla statale 113 nel tratto lungo il Lago Scanzano, l'invaso artificiale adiacente al bosco. Gli entomologi hanno qui istituito alcune specie di insetti, come il Megathous ficuzzensis, un Elateridae. In questo bosco è stato ucciso, nel 1935, uno degli ultimi lupi della Sicilia. ...periodicamente i battitori si spargevano per tutto il bosco a battere cucchiai di legno su vecchie pentole e padelle. A cavallo e a piedi altri uomini con la lupara compivano strage dei lupi. C’era un premio in denaro per chi portasse in piazza i corpi di questi animali sociali, rei di condividere con l’uomo alcune risorse alimentari...
Frammenti della carta AAPIT Palermo 2002

Bioherma di Portella del Morto

bioherma del Tutusino
Nei pressi di Resuttano, in Sicilia centrale, sulla destra idrografica del fiume Imera Meridionale, affiorano calcari di scogliera noti in letteratura geologica con il nome di “Bioherma di Portella del Morto”. La bioherma, o bioerma, è una roccia sedimentaria marina che si forma in acque poco profonde soprattutto per l'opera di alcuni organismi costruttori come i coralli. I coralli sono colonie di polipi, o polipai, animali capaci di fissare uno scheletro calcareo al substrato. Questa scogliera fossile è di notevole interesse scientifico perché contribuisce a ricostruire il paesaggio del Mediterraneo di poco precedente la crisi evaporitica del Messiniano. La bioerma presenta sviluppo est-ovest per circa 4 km ed una potenza (in geologia indica lo spessore dello strato) di circa 50 metri. Affiora in località Balza di Rocca Limata, nel territorio di Petralia Sottana (Pa), e in località Balze di Barbara, e Cozzo Tutusino nel territorio di Resuttano (Cl). E' un calcare grigio-giallastro costituito in buona parte da colonie fossili di madrepore. I coralli appartengono ai generi: Porites, Tarbellastrea, Palaeoplesiastrea Platygyra e Siderastrea. Verso l’alto, la parte più recente della scogliera, predomina il genere Porites. In associazione ai polipai sono stati rinvenuti Gasteropodi (tra cui Cypraea), lamellibranchi, echinidi, briozoi, foraminiferi e rodoficee. Per la datazione di questa scogliera si è ricorso ad un esame biostratigrafico basato in questo caso soprattutto su foraminiferi ed ostracodi. La scogliera ha età compresa tra circa 7,3 e 6,3 milioni di anni, la parte più recente del Tortoniano superiore (E. Di Stefano dati inediti). L'Esistenza delle scogliere coralline è legata a particolari condizioni di salinità, luce, temperatura e circolazione di nutrienti. Nel Miocene superiore si determinarono nel Mediterraneo condizioni favorevoli all'insediamento dei coralli. Bioherme coeve a questa sono state studiate in Grecia, Spagna e Turchia (Martin et al., 1989; Esteban, 1979, 1996; Mertz-Kraus
et al. 2007) In circa un milione di anni si è sviluppata la scogliera che oggi troviamo affiorante in quest’area della Sicilia centrale il cui paesaggio caratteristico sono in massima parte ondulazioni collinari argillose. A Portella del Landro, a monte del paese di Resuttano, lungo la strada per Vallelunga, affiorano i coralli della parte più antica della scogliera: tardo Miocene (circa 7,3 milioni di anni fa).
Tarbellastraea sp.
Qui si riconoscono facilmente coralli coloniali appartenenti ai tre generi sopra citati. Le ultime scogliere coralline che il Mediterraneo ha ospitato sono datate 6,3 milioni di anni. Subito dopo inizia la fase di scarso o nullo collegamento con l'oceano Atlantico che portò all'aumento della salinità del bacino. I coralli sono organismi molto sensibili alle variazioni di salinità (stenoalini) e scomparvero dal Mediterraneo. Quando poi, circa 5,3 milioni di anni fa si ristabilirono normali condizioni di salinità (apertura di Gibilterra) le scogliere coralline non riuscirono più a rientrare nel Mediterraneo probabilmente per le mutate condizioni di circolazione oceanografica.
Le scogliere si insediarono su un substrato poco più antico datato Miocene inferiore e medio (tra 15,9 e 11,6 Ma). Terreni argillosi o arenacei attribuiti alla parte più antica del Tortoniano e inclusi dai geologi nella “Formazione di Cozzo Terravecchia”. La "Terravecchia" è un pacco di strati (questo è grossomodo il significato di formazione) depositatosi durante e dopo il sollevamento tettonico che ha dato vita all'appennino siculo, la catena di rilievi parallela alla costa settentrionale della Sicilia comprendenti Peloritani, Nebrodi e Madonie. Per essere contestuale e conseguente ad un processo di orogenesi la formazione è detta “Sin-postorogenica di facies molassica".
Platygyra sp.
Nel dettaglio la "Terravecchia" è costituita da peliti (marne argillose grigio-azzurre ed argille grigie con limo), psammiti (sabbie e sabbie limose) e ruditi (conglomerati poligenici), dove i tre termini in corsivo  servono semplicemente a classificare le rocce in base al diametro medio dei granuli che le compongono: dal finissimo silt delle peliti ai ciottoli delle ruditi passando dalla sabbia delle psammiti. Le argille in affioramento appaiono giallastre, perchè alterate ed ossidate, umide e plastiche, mentre in profondità hanno aspetto asciutto, compatto ed omogeneo e il  loro colore è grigiastre o grigio azzurro.

Punta Tannure e Cala Firriatu

In Sicilia occidentale, provincia di Trapani, si conservano alcuni lembi di vegetazione arborea in immediata vicinanza del mare, relitti di un paesaggio vegetale che nel passato doveva caratterizzare estesamente le coste. Uno di questi è in corrispondenza della splendida Cala Firriato, suggestivo tratto ti mare circondato da irti faraglioni e falesie, raggiungibile a piedi al termine di un breve sentiero all'ombra di lecci ed ornielli. La cala si trova tra San Vito Lo Capo e l'ingresso Nord della riserva dello Zingaro, sul Golfo di Castellammare. In siciliano "u firriatu" è un recinto, tipicamente costruito in pietra a secco sormontato a volte da ramaglie spinose, usato nel mondo pastorale ad accogliere greggi o mandrie. La similitudine è suggerita forse dal gruppetto di faraglioni che formano recinto, a mare, intorno alla "cala" oppure dall'antico muro che chiudeva una stretta striscia di terra tra una parete di roccia esposta a nord ed il mare. Questa stretta lingua di terra è caratterizzata da un accumulo di grandi blocchi di roccia crollati, tra i quali resiste un frammento di lussureggiante foresta mediterranea con ricco corteggio di piante arbustive ed annuali. La vegetazione arborea è caratterizzata soprattutto da querce sempreverdi (Quercus ilex, leccio) e frassini (Fraxinus ornus, orniello o frassino da manna). Il luogo, accidentato ed isolato, deve avere dissuaso nel passato ogni uso umano, ma la vegetazione arborea ha potuto conservarsi soprattutto per la difficoltà che hanno gli incendi estivi a raggiungere il sito, grazie all'isolamento offerto dal mare e dall'alta parete di roccia. Ampelodesmos mauritanicus, gariga a palma nana e rade sugherete relitte. Queste ultime sono di particolare interesse fitogeografico perché solitamente le specie (Quercus suber) predilige suolo siliceo e qui si ritrova apparentemente su suolo calcareo. Il pregio naturalistico del sito è arricchito dalla flora rupestre ed alofila che cresce sui grandi blocchi di roccia calcarea e dalla flora da clima caldo e umido che si insedia all'ombra della parete e dei grandi blocchi. Tra queste ultime spicca l'Asplenium sagittatum (DC.), una felce piuttosto rara in Sicilia, simile alla "lingua cervina", il cui nome specifico è suggerito dalla forma delle foglie che ricorda la punta di una freccia. A questo collegamento è descritto un altro frammento di vegetazione costiera di grande interesse, tra la spiaggia di Guidaloca e Scopello.
cala firriatu
Tutto intorno gli incendi sono infatti molto frequenti e hanno determinato il paesaggio vegetale con praterie di